1° maggio

 

L'idea di fare del 1° maggio una giornata di mobilitazione di tutti i lavoratori prende forma nel luglio 1889, a Parigi: il Congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese, proclama: "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi."

La scelta cade proprio sul 1° maggio perchè tre anni prima, il 1° maggio 1886, negli Stati Uniti, la Federation Trade and Labor Unions aveva proclamato i primi scioperi ad oltranza per chiedere di sancire contrattualmente l'orario lavorativo di otto ore.
Già nel 1866, a Ginevra, la Prima Internazionale aveva chiesto con forza "otto ore come limite legale dell'attività lavorativa", ma erano state soprattutto le organizzazioni dei lavoratori statunitensi a impegnarsi su questo obiettivo, promuovendo un forte movimento rivendicativo in tal senso; i sindacati americani, dunque, avevano indicato nel 1° maggio 1886 la data a partire dalla quale i lavoratori si sarebbero rifiutati di lavorare più di otto ore.
E in quel giorno quasi mezzo milione di operai americani manifestarono per sostenere l'importante rivendicazione: la polizia intervenne duramente in molte città, spesso addirittura sparando sui cortei e uccidendo decine di scioperanti. Gli scontri furono durissimi e a Chicago nel corso di una grande manifestazione con oltre 80 mila persone ci fu una vera e propria battaglia che causò 11 morti ed un centinaio di feriti; scoppiò anche una bomba e del fatto furono accusati alcuni anarchici: quattro di essi furono successivamente impiccati, malgrado le prove a loro carico fossero state palesemente manipolate dalla polizia.
Proprio per ricordare "i martiri di Chicago" l'Internazionale decise che il 1° maggio sarebbe stato il giorno della solidarietà fra i lavoratori di tutto il mondo.

Naturalmente anche in Italia si accolse molto favorevolmente questa decisione e man mano che ci si avvicina al 1° maggio 1890 le organizzazioni dei lavoratori intensificano l'opera di sensibilizzazione sul significato di quell'appuntamento.

"Lavoratori - si legge in un volantino diffuso a Napoli il 20 aprile 1890 - ricordatevi il 1° maggio di far festa. In quel giorno gli operai di tutto il mondo, coscienti dei loro diritti, lasceranno il lavoro per provare ai padroni che, malgrado la distanza e la differenza di nazionalità, di razza e di linguaggio, i proletari sono tutti concordi nel voler migliorare la propria sorte e conquistare di fronte agli oziosi il posto che è dovuto a chi lavora. Viva la rivoluzione sociale! Viva l'Internazionale!"

Monta intanto un clima di tensione, alimentato da voci allarmistiche: la stampa conservatrice interpreta le paure della borghesia, consiglia a tutti di starsene tappati in casa, di fare provviste, perchè non si sa quali gravi sconvolgimenti potranno accadere.

Da parte loro i governi, più o meno liberali o autoritari, allertano gli apparati repressivi.
In Italia il governo di Francesco Crispi usa la mano pesante, attuando drastiche misure di prevenzione e vietando qualsiasi manifestazione pubblica sia per la giornata del 1° maggio che per la domenica successiva, 4 maggio.

In diverse località, per incoraggiare la partecipazione del maggior numero di lavoratori, si è infatti deciso di far slittare la manifestazione alla giornata festiva.

 

Del resto si tratta di una scommessa dall'esito quanto mai incerto: la mancanza di un unico centro coordinatore a livello nazionale - il Partito socialista e la Confederazione generale del lavoro sono di là da venire - rappresenta un grave handicap dal punto di vista organizzativo. Non si sa poi in che misura i lavoratori saranno disposti a scendere in piazza per rivendicare un obiettivo, quello delle otto ore, considerato prematuro da gran parte dei dirigenti del movimento operaio italiano o per testimoniare semplicemente una solidarietà internazionale di classe.

Proprio per questo la riuscita del 1° maggio 1890 costituisce una felice sorpresa, un salto di qualità del movimento dei lavoratori, che per la prima volta dà vita ad una mobilitazione su scala nazionale, per di più collegata ad un'iniziativa di carattere internazionale.

In numerosi centri, grandi e piccoli, si svolgono manifestazioni, che fanno registrare quasi ovunque una vasta partecipazione di lavoratori. Un episodio significativo accade a Voghera, dove gli operai, costretti a recarsi al lavoro, ci vanno vestiti a festa. "La manifestazione del 1 maggio - commenta a caldo Antonio Labriola - ha in ogni caso superato di molto tutte le speranze riposte in essa da socialisti e da operai progrediti. Ancora pochi giorni innanzi, la opinione di molti socialisti, che operano con la parola e con lo scritto, era alquanto pessimista."

Anche negli altri paesi il 1° maggio ha un'ottima riuscita: "Il proletariato d'Europa e d'America - afferma compiaciuto Friedrich Engels - passa in rivista le sue forze mobilitate per la prima volta come un solo esercito. E lo spettacolo di questa giornata aprirà gli occhi ai capitalisti."

Visto il successo di quella che avrebbe dovuto essere una rappresentazione unica, viene deciso di replicarla per l'anno successivo.

Il 1° maggio 1891 conferma la straordinaria presa di quell'appuntamento e induce la Seconda Internazionale a rendere permanente quella che, da lì in avanti, dovrà essere la "festa dei lavoratori di tutti i paesi".

Tra Ottocento e Novecento

Inizia così la tradizione del 1° maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. All'obiettivo originario delle otto ore viene a intrecciarsi un insieme di altre rivendicazioni politiche e sociali, considerate più impellenti. La protesta per le condizioni di miseria delle masse lavoratrici anima le manifestazioni di fine Ottocento.

In Italia, addirittura, sono i "moti per il pane" al centro della mobilitazione di una classe operaia le cui condizioni di vita e di lavoro sono allo stremo: a Milano, le proteste sono particolarmente forti, tanto che il comandante della piazza militare, il gen. Bava Beccaris, scriverà nel suo rapporto di "temere non trattarsi delle solite dimostrazioni popolari, ma di un pericoloso movimento con seri propositi di rivolta e di saccheggi." In realtà da parte dei lavoratori non vi era alcun proposito di tipo insurrezionale, ma la borghesia ritenne che fosse l'occasione ideale per una prova di forza con cui "ristabilire l'ordne" e porre fine ai movimenti popolari.

L'arcivescovo di Milano si guarda bene dal tentare qualsiasi mediazione, e se ne va fuori città per una visita pastorale. Viene decretato lo stato d'assedio e Bava Beccaris concentra in città un'impressionante quantità di uomini e di mezzi, circa 10.000 fra soldati, gendarmi, reparti a cavallo, mitraglie, cannoni: una vera e propria operazione di guerra, e come nemici saranno trattati i manifestanti: le barricate sono distrutte a cannonate, i cortei vengono spazzati via a colpi di mitragliatrice, i cavalleggeri usano senza risparmio sciabole e lance.
Il bilancio sarà terribile: oltre 80 morti, dicono le fonti ufficiali, ma è presumibile che in effetti le vittime siano state qualche centinaio. È tornato l'ordine, e Umberto I, il "re buono", è commosso: ...infatti concede al "feroce monarchico Bava" una medaglia e decide che ogni anno saranno premiati (tradizione che dura tuttora) i più meritevoli fra industriali e agrari.

Nei primi anni del Novecento il 1° maggio si caratterizza anche per la rivendicazione del suffragio universale e poi per la protesta contro l'impresa libica e contro la partecipazione dell'Italia alla guerra mondiale.

Si discute intanto sul significato di questa ricorrenza: giorno di festa, di svago e di divertimento oppure di mobilitazione e di lotta ? Un binomio, questo di festa e lotta, che accompagna la celebrazione del 1° maggio nella sua evoluzione più che secolare, dividendo i fautori dell'una e dell'altra caratterizzazione.
Qualcuno ha inteso conciliare gli opposti, definendola una "festa ribelle", ma nei fatti il 1° maggio è l'una e l'altra cosa insieme, a seconda delle circostanze più lotta o più festa.

Il 1° maggio 1919 i metallurgici e altre categorie di lavoratori possono festeggiare il conseguimento dell'obiettivo originario della ricorrenza: le otto ore.

Il ventennio fascista

Nel volgere di tre anni, però, la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1° maggio.

Durante il fascismo la festa del lavoro viene spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva", divenendo occasione per esprimere in forme diverse - dal garofano rosso all'occhiello alle scritte sui muri, dalla diffusione di volantini alle bevute in osteria - l'opposizione al regime.

Dal dopoguerra a oggi

All'indomani della Liberazione, il 1° maggio 1945, partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani che non hanno memoria della festa del lavoro, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo.

Appena due anni dopo il 1° maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio.

Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale: col sostegno dei sindacati statunitensi la componente cattolica della forma una propria organizzazione, la CISL, e altrettanto faranno la componente repubblicana, socialdemocratica e parte di quella socialista, dando vita alla UIL.
Per quasi vent'anni il 1° maggio verrà festeggiato separatamente dalle tre Confederazioni e bisognerà attendere il 1970, sotto la grande spinta unitaria dell'autunno caldo, per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa.

 

Le trasformazioni sociali, il mutamento delle abitudini ed anche il fatto che al movimento dei lavoratori si offrono altre occasioni per far sentire la propria presenza, hanno portato alla progressiva trasformazione delle forme tradizionali di celebrazione del 1° maggio.

A Roma, ad esempio, da qualche anno Cgil, CISL e UIL organizzano per i giovani un grande concerto rock, che, però, a ben vedere sembra aderire perfettamente allo spirito del 1° maggio, come lo aveva colto un cronista nel lontano 1903: "Un giorno di riposo diventa naturalmente un giorno di festa, l'interruzione volontaria del lavoro cerca la sua corrispondenza in una festa dei sensi; e un'accolta di gente, chiamata ad acquistare la coscienza delle proprie forze, a gioire delle prospettive dell'avvenire, naturalmente è portata a quell'esuberanza di sentimento e a quel bisogno di gioire, che è causa ed effetto al tempo stesso di una festa."

 

Italo Calvino

Primo maggio vittorioso

Prendiamoci per mano, oggi, uomini e donne di tutto il mondo, sfiliamo per le strade delle nostre città in rovina, cantiamo, se il nodo di commozione che ci stringe la gola non ce lo impedisce: è il primo maggio, il primo maggio più radioso che l’umanità abbia festeggiato finora.

Sogniamo? o forse fu un sogno quello che trascorremmo, un torbido incubo che terrorizzò il mondo per una lunga teoria d’anni ed ora è svanito? Il momento atteso per anni con impazienza sempre più assillante, invocato giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, trasfigurato dalle nostre menti quasi in un mito irraggiungibile. Quel momento ora è giunto.

Chi pensa più ai lutti, alle sofferenze, alle rovine? La vittoria è arrisa alle forze della libertà, della giustizia, del progresso. La stanca umanità oggi appuma garofani rossi sulla sua veste di lutto.

La storia continua. Il cammino dell’uomo verso il completo affrancamento morale non poteva arrestarsi contro i muraglioni e i «bunker» dell’Organizzazione Todt. Le costruzioni di cinque secoli di progresso non potevano crollare per le esplosioni delle V2. Il fascismo – e con questo termine comprendiamo anche il nazismo e i vari movimenti reazionari affini sorti in Europa dopo la prima guerra mondiale – il fascismo che si proponeva di cancellare le conquiste di almeno cinque secoli e di riportare la società al livello morale del medioevo, non rappresenta che una oscura parentesi di un venticinquennio nel bilancio della storia.

Parentesi? Possono nella storia del progresso esistere parentesi? Come si spiegano? Che fu insomma questo fascismo che arrecò al mondo più rovine di qualsiasi catastrofe ed ora agonizza sotto l’impeto delle armate di tutte le nazioni, unite contro di lui?

In questo primo maggio di eccezione – di eccezione soprattutto per noi Italiani ai quali per oltre vent’anni fu impedito di festeggiarlo – noi salutiamo i grandi ideali cui la festa è dedicata: l’affrancamento del lavoro dal tallone capitalista che usa del lavoratore come una merce o di uno strumento, l’unione fraterna di tutti i popoli, senza più frontiere né mercati da conquistare a mezzo di periodiche guerre, l’eguaglianza di diritti di tutti i lavoratori di fronte ai beni che il lavoro produce.

Fu contro questi ideali umanitari, i più sublimi cui mai uomo aspirasse, che sorse il fascismo; a essi ideali mosse guerra e ad essi tentò di sostituire le folli e retoriche ideologie imperialiste e razziste, il reazionario culto delle tradizioni e una sua cosiddetta etica fatta di sopraffazione e violenza. Perché? Quali le ragioni ultime di tutto questo?

Troppo facile ed insoddisfacente sarebbe l’additare come sola causa la volontà di due folli megalomani, il prodotto di due cervelli malati, ricoperti rispettivamente da un cranio pelato e quadrato e da un ciuffo sbilenco ed obliquo. La storia è risultato di complicati giochi di forze economiche, non prodotto di volontà individuali.

Alla luce dei recenti avvenimenti i due dittatori ci appaiono immensamente piccini al confronto degli eventi da loro scatenati.

Il fascismo fu la sbirraglia scatenata contro il proletariato per impedire la sua emancipazione: questa la manifesta realtà dei fatti. Il mostruoso fu che essa venne posta al governo del paese. Nel ’22 la libertà politica fu venduta pur di conservare la libertà economica.

Sotto la nera bandiera della reazione trovarono subito un comodo usbergo istituzioni, che mutato il vento furono le prime a trasferirsi all’opposizione.

Polizia, esercito, burocrazia trovarono nel clima fascista l’ambiente ideale a prosperare in una corruzione beata e incosciente. Possono oggi queste istituzioni continuare a funzionare se non profondamente rivoluzionate?

Molto dobbiamo distruggere se molto vogliamo ricostruire.

Ma più infami di tutte furono le recenti imprese,da quando, dopo il collasso del ’43, tramontati i miti imperialisti, perduto l’appoggio del capitalismo e passato all’incondizionato servizio del padrone tedesco, il fascismo scoprì d’essere nientemeno che repubblicano e sociale.

C’era contraddizione nei termini ma tanto, erano solo parole e nessuno le prese sul serio. Di fatto il cosiddetto fascismo repubblicano non fu che una organizzazione poliziesca e spionistica al soldo dei tedeschi e non occorre rinnovare il troppo fresco ricordo dell’infamia di cui si coperse.

Questo fono a ieri, a pochi giorni fa. E adesso…

Ancora pochi giorni or sono mentre combattevamo sotto le raffiche dei “mitra” fascisti e dei “machine-pistole” nazisti, ancora non osavamo sperare che il 1° Maggio avremmo lasciato il moschetto per la penna. Ma sia impugnando la penna, sia il moschetto noi continueremo a combattere per il medesimo ideale.

L’ideale che in un 1° Maggio non lontano gli uomini si riconoscano tutti liberi e fratelli, le fabbriche cessino di forgiare strumenti di morte, ci sia per tutti lavoro e riposo, la produzione non subisca carestie né congestioni, l’arte e la scienza, veri fini dell’umanità attingano a nuove conquiste.

Utopie? Ci si arriverà, siatene certi. Dipenderà da noi l’arrivarci in dieci anni o in dieci secoli. Solo allora potremo dire che il sacrificio dei tanti caduti nella lotta non è stato sterile.

(1° maggio 1945, La voce della Democrazia, organo del CLN di San Rremo)