Con l'espressione «biennio rosso» s'intende quel periodo della storia europea - e anche italiana - compreso fra il 1919 e il 1920 e caratterizzato dalle lotte operaie e contadine il cui culmine è considerato, per l'Italia, l'occupazione delle fabbriche del settembre 1920.
Allo scoppio della prima guerra mondiale (1914), l’Italia mantenne una posizione neutrale. La maggioranza del paese e delle forze politiche (liberali, cattolici, socialisti) rifiutava l’ingresso nel conflitto; anche la CGdL (Confederazione Generale del Lavoro) si schierò in modo convinto su queste posizioni, ribadendo la stessa opposizione mostrata durante la guerra coloniale di Libia del 1911-12.
Nel giro di alcuni mesi, tuttavia, settori minoritari delle classi dirigenti imposero al Parlamento un colpo di mano che sancì l’intervento italiano in guerra a fianco della Triplice Intesa. Il PSI si ritirò sulla posizione del “né aderire, né sabotare”, mentre la CGdL inaugurò una politica di collaborazione istituzionale con Governo e imprenditori al fine di tutelare nel miglior modo possibile i lavoratori.
La prima guerra mondiale assunse ben presto caratteri devastanti, con un coinvolgimento senza precedenti dei civili. A milioni morirono nei campi di battaglia; in tantissimi, soprattutto donne, furono coinvolti nel sistema della Mobilitazione Industriale. Gli anni di guerra furono drammatici: ritmi asfissianti di lavoro, divieto di sciopero, equiparazione giuridica degli operai ai soldati al fronte. Il 1917 fu l’anno peggiore: già prima della sconfitta militare di Caporetto, nel Paese si registrarono moti popolari di protesta per il pane e contro la guerra; il più imponente si ebbe nel mese di agosto a Torino quando l’esercito sparò sulla folla provocando decine di morti.
Finito il massacro, in molti paesi europei, anche sull’onda delle notizie rivoluzionarie provenienti dalla Russia, scoppiarono numerose rivolte popolari. L’Italia registrò un periodo di accesa conflittualità sociale: è soprattutto nell'Italia centro-settentrionale che mobilitazioni contadine, manifestazioni operaie e, appunto, prove di occupazioni di terreni e fabbriche, in protesta contro le politiche economiche post-belliche, l'ascesa delle prime formazioni dei Fasci di combattimento (fondate da Mussolini nel marzo 1919), spingono migliaia di persone a porsi in contrasto con le forze di governo del Paese.
È soprattutto nell'Italia centro-settentrionale che mobilitazioni contadine, manifestazioni operaie e, appunto, prove di occupazioni di terreni e fabbriche, in protesta contro le politiche economiche post-belliche, l'ascesa delle prime formazioni dei Fasci di combattimento (fondate da Mussolini nel marzo 1919), spingono migliaia di persone a porsi in contrasto con le forze di governo del Paese.
Dopo la firma nel febbraio 1919 dei primi contratti nazionali , che sancirono la conquista delle otto ore giornaliere, con l’estate si entrò nel vivo della mobilitazione. Protagonisti di questa fase furono i braccianti nelle campagne, mentre nell’industria operarono i Consigli di fabbrica, le nuove strutture di rappresentanza operaia, promotori di una politica rivendicativa fortemente antagonista, centrata sul controllo dell’organizzazione del lavoro e della produzione.
in particolare, nell'Italia centro-settentrionale, lotte e occupazioni sono di stampo eminentemente socialista, come dimostrano i tentativi di autogestione.
Non è un caso, infatti, che si sceglie come momento iniziale del biennio rosso il settembre 1919, con la pubblicazione a Torino della rivista Ordine Nuovo e delle relative proposte - di stampo sovietico - alla realizzazione anche in Italia dei Consigli di fabbrica, ponendo in nuce la questione rivoluzionaria (da cui l'aggettivo, "rosso").
Le agitazioni si estendono comunque anche alle zone rurali meridionali dove, però, l'ispirazione è più vicina al reducismo post-bellico orientato dalle prime manifestazioni di forza dei Fasci di combattimenti italiani. Nel difficile periodo compreso in questa fase, si possono sottolineare casi e fenomeni di sciopero, picchetti, scontri e occupazioni in alcune città e che rappresentano iconicamente e politicamente quanto avviene in Italia tra il 1919 e il 1920. In particolare, infatti, l'espressione «biennio rosso» sale alle cronache del tempo e nella storiografia contemporanea in relazione ai fatti di città come Roma, Milano, Torino, Napoli e Firenze, dove più forte e avanguardista del movimento si definisce la posizione massimalista del Partito socialista italiano.
Nel marzo 1920 gli operai della FIAT di Torino entrano in sciopero e si organizzano intorno ai Consigli di fabbrica. Ma è intorno ai fatti del 1 maggio del 1920 che si concentra l'acme della lotta proletaria: non solo tra gi operai di fabbrica e tra i contadini, ma anche tra le forze armate. L'evento più significativo, infatti, è lo sciopero dei Bersaglieri ad Ancona che poi si espande nelle regioni circostanti e raggiunge Roma.
È solo nel settembre 1920, però, che con la vertenza FIOM partita dalle fabbriche del nord Italia e la successiva occupazione degli stabilimenti il biennio rosso raggiunge la sua massima gravità sul piano della repressione da parte dell'esercito regio e delle forze di polizia messe in campo dal governo Giolitti contro i manifestanti. Le occupazioni non riuscirono, però, a produrre cambiamenti sensibili, soprattutto a causa della mancanza di strategia della classe dirigente socialista e dell'incapacità di diffusione del movimento nel resto della società.
Giolitti assunse un atteggiamento neutrale presumendo che gli operai, non essendo in grado di gestire le fabbriche, avrebbero prima o poi accettato di trattare. Le elezioni dell'autunno 1920 sanciscono comunque il consenso delle masse al Partito Socialista per quanto gli effetti delle rivolte, delle violenze subite e delle trattative non saranno del tutto soddisfatti dai marginali riconoscimenti delle istanze dei lavoratori attuate poi effettivamente dalle politiche economiche a seguire.
Il biennio rosso rappresenta comunque quella fase di incubazione di due tendenze opposte, entrambe nate da una scissione del partito socialista: il rivoluzionarismo di stampo bolscevico, da cui si giunge - nel gennaio 1921 - alla fondazione, nel Congresso di Livorno, del Partito Comunista d'Italia (PCd'I) e contemporaneamente il fascismo di Mussolini, sgorgato dalle prime prove paramilitari e populiste dei Fasci di combattimento nel corso delle lotte del '19-'20.
La CGdL mantenne un atteggiamento diffidente verso il movimento dei Consigli, facilitandone in questo modo la sconfitta, avvenuta a Torino nell’aprile 1920.
A settembre, dopo una dura vertenza culminata con l’occupazione delle fabbriche, la firma del “lodo Giolitti” tra Governo, CGdL e imprese pose fine al “biennio rosso”.
Al V Congresso della CGdL, tenuto a Livorno nel 1921, il sindacato, a differenza del partito socialista, riuscì a evitare la scissione dei comunisti. |