La grave disputa di confine tra URSS e Giappone sui confini portò a un conflitto armato: le truppe guidate dal generale Zhukhov vinsero al battaglia decisiva di Khalkhin Gol, nell'autunno 1939.
Il Giappone decise quindi di non impegnarsi in quest'area e di mobilitare tutte le truppe in quello che era lo scenario decisivo: il Pacifico.
L'obiettivo era di cogliere di sorpresa gli Stati Uniti e distruggerne la flotta, in modo tale da controllare tutta la regione asiatica.
E la mattina del 7 dicembre 1941 le forze aeronavali nipponiche, al comando dell'ammiraglio Isoroku Yamamoto, attaccarono massicciamente la base navale statunitense di Pearl Harbor, arrecando gravissimi danni.
Fu un colpo durissimo per gli americani, che tuttavia non persero tutta la flotta del Pacifiico e in seguito, mediante uno sforzo straordinario del proprio apparato industriale, riuscirono a ricomporre una forza bellica in grado non solo di scongiurare eventuali probabili attacchi alle coste della California ma di allestire una lenta ma inesorabile controffensiva.
L'attacco giapponese, definito da Washington "ignominioso" perché non preceduto da una formale dichiarazione di guerra, provocò panico e sdegno, tanto che lo stesso presidente Roosevelt ordiṇ un'immediata rappresaglia: si decise quindi di procedere all'Operazione Vendetta e grazie al lavoro di decrittazione delle comunicazioni giapponesi diciotto caccia americani intercettarono il velivolo di Yamamoto e lo abbatterono, uccidendo l'ammiraglio.
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