Alberto Burgos

DC e PCI

Un autorevole dirigente della fu Democrazia Cristiana, l'on. Gerardo Bianco, a proposito della nascita del Partito Democratico ebbe a dire che si trattava di qualcosa "contro natura."
Certo, un'espressione del genere, se pronunciata da un fervente cattolico, ha un significato sospetto ed evoca sordidi amplessi, ma - al di là di questo - l'affermazione pare del tutto condivisibile.

Quando nel 1989 il pagliaccio Occhetto ebbe il cinico e a modo suo geniale fiuto di presagire che il crollo ormai inevitabile del sistema sovietico avrebbe inferto un colpo micidiale - mortale, forse - all'idea stessa di comunismo, si guardò bene - checché ne dica adesso, checchè - dal prospettare un'uscita "a sinistra" rispetto a quell'avvenimento epocale. I tempi dell'Ungheria erano ormai lontani, e da oltre vent'anni Longo e Berlinguer avevano portato il PCI su posizioni di collisione irreversibile, o perlomeno di profondo distacco, nei confronti del socialismo burocratico e autoritario: con qualche prudenza di troppo, forse (il contrasto insanabile era del tutto palese, ma senza quella plateale "drammaticità" che la questione avrebbe richiesto, anche rispetto all'opinione pubblica intossicata dall'anticomunismo), tuttavia in termini tali per cui la politica dei comunisti italiani non era più in alcun modo assimilabile a quella di Mosca e dintorni.

Dunque, rilanciare con coraggio e creatività l'idea del socialismo come prospettiva di liberazione era possibile, oltre che necessario. La maggioranza del PCI scelse invece la via più facile, e al tempo stesso più deteriore: abbandonare precipitosamente la propria storia e indirizzarsi verso l'orizzonte socialdemocratico (peraltro anch'esso poi abbandonato). Cosa in sè non aberrante - se si pensa ai traguardi di civiltà raggiunti in Scandinavia - ma che veniva realizzata con una superficialità culturale e morale, prima ancora che politica, da cui non poteva nascere alcunchè di solido.
E infatti, per rapidi e sbrigativi passaggi successivi, la mutazione si fece parossistica: un PDS che si trasforma in un soggetto ancora più ibrido e gelatinoso, assillato dall'idea del partito "leggero". Ma a quel punto - scardinato non tanto l'impianto ideologico, quanto quello della partecipazione collettiva, della passione coniugata col disinteresse - la leggerezza assumeva un connotato non di agilità e di antidogmatismo, ma di debolezza critica, di assuefazione al potere, di amnesia. Già peraltro insinuatasi prepotentemente dopo la vittoria a tappeto alle elezioni amministrative del 1975, con il brusco e massiccio trasferimento di un esercito di quadri dalle file del partito ai ranghi delle amministrazioni pubbliche: e mai si è cercato di mettere a fuoco questo momento cruciale, il vero punto di passaggio dal partito di lotta e di governo al partito puramente di governo.
DS senza nerbo e fisionomia, passati dallo "zoccolo duro" del 30% alle scarpette da ballo di chi sgambetta qua e là senza sapere dove andare.
E un inarrestabile scatenarsi di pulsioni di potere che assumeva in sè tutta la peggior tradizione del trasformismo politico italiano ottocentesco, e poi giolittiano, e postfascista.

Anche la DC, dopo Tangentopoli, cerca affannosamente di affrancarsi da un disastro meno universale, perché circoscritto ai confini provinciali dell'Italietta, ma ugualmente foriero di autodistruzione.
Già, ma in questo i democristiani avevano tutt'altra esperienza e capacità manovriera, e, pur distribuendosi in varie formazioni, seppero mantenere le proprie fondamentali qualità politiche.
Tanto che nell'incontro coi DS inocularono nel nuovo partito le raffinatezze del vero sottogoverno, del clientelismo secolare, dello scambio come mezzo vitale di sussistenza.
E in Campania il PD di Bassolino ha più tessere che in qualsiasi altra regione, a partire da quelle un tempo rosse. Gava è vivo e (comp)lotta insieme a voi.

E allora - anche di fronte al trionfo dell'anticomunismo berlusconiano e alla follia del dibattito sulle "toghe rosse" - val la pena rileggere le parole corsare di quel comunista irregolare e inquieto che fu Pasolini.
Cosa è sostanzialmente cambiato nel democristianismo?



21.02.2010

Pier Paolo Pasolini

Bisognerebbe processare i gerarchi DC

[lettera inviata al direttore de Il Mondo, 1975]

Caro Ghirelli,

credo che mi resterà a lungo impressa nella memoria la prima pagina del «Giorno» del 21 luglio 1975. Era una pagina anche tipograficamente particolare: simmetrica e squadrata come il blocco di scrittura di un manifesto, e, al centro, un’unica immagine anch’essa perfettamente regolare, formata dai riquadri uniti di quattro fotografie di quattro potenti democristiani. Quattro: il numero di De Sade. Parevano infatti le fotografie  di quattro giustiziati, scelte dai familiari tra le loro migliori, per essere messe sulla lapide. Ma, al contrario, non si trattava di un avvenimento funebre, bensì di un rilancio, di una resurrezione. Quelle fotografie al centro della monolitica pagina del «Giorno» parevano infatti voler dire allo sbalordito lettore, che quella lì era la vera realtà fisica e umana dei quattro potenti democristiani. Che gli scherzi erano finiti. Che le raggianti risate di chi detiene il potere non sfiguravano più le loro facce. Né le sfigurava più l’ammiccante furbizia. Il brutto sogno si era dissolto nella chiara luce del mattino. Ed eccoli lì, veri. Seri, dignitosi, senza smorfie, senza ghigno, senza demagogia, senza la bruttura della colpevolezza, senza la vergogna della servilità, senza l’ignoranza provinciale. Si erano rinfilati il doppiopetto e li baciava in fronte il futuro delle persone serie. 
Sarei però ingiusto se non aggiungessi che il «Giorno» non è stato il solo ad assumersi il ruolo di rassicurare, in quel momento, la nazione, e di dare il crisma della pacificazione generale alla soluzione del quadrumvirato (e poi a quella del «rispettabile» Zaccagnini). Anche il “Corriere della Sera” ha manifestato, per esempio, lo stesso sentimento di sollievo. E del resto tutta la stampa italiana: anche quella borghese più sprezzantemente all’opposizione. 
Ciò che se ne desume è questo: tutto il mondo politico italiano era, ed è, pronto ad accettare sostanzialmente la continuità del potere democristiano, o con fiducia «miracolistica», mascherata da serietà professionale, o con gratificante disprezzo. 
Ora, quando si saprà, o, meglio, si dirà, tutta intera la verità del potere di questi anni, sarà chiara anche la follia dei commentatori politici italiani e delle élites colte italiane. E quindi la loro omertà. 
Del resto tale «verità del potere» è già nota, ma è nota come è nota la «realtà del Paese»: è nota cioè attraverso un’interpretazione che «divide i fenomeni», e attraverso la decisione irrevocabile, nelle coscienze di tutti, di non concatenarli. 


Non praticare più la «divisione dei fenomeni», rendendoli, così, logici in un tutto unico, significherebbe rompere - e certo pericolosamente - una continuità. Ma non anticipiamo... 
Tu, caro Ghirelli, ti sei accinto da qualche settimana all’impresa di dirigere una rivista politico-culturale. Mai una simile impresa è stata più difficile che in questi anni, perché mai la distanza tra il potere (quello che in un articolo di varietà ho chiamato il «Palazzo») e il Paese è stata più grande. Si tratta (dicevo) di una vera e propria diacronia storica: per cui nel Palazzo si reagisce a stimoli ai quali non corrispondono più cause reali nel Paese. La meccanica delle decisioni politiche del Palazzo è come impazzita: essa obbedisce a regole la cui «anima» (Moro) è morta. 
Ma c’è di più, come accennavo. I fenomeni (impazziti e marcescenti) del Palazzo avvengono in comparti stagni, ognuno, si direbbe, dentro l’invalicabile area di potere di uno degli appartenenti alla mafia oligarchica, che, provenuta dal fondo della provincia più ignorante, governa da qualche decennio l’Italia. 
Ognuno di tali potenti si assume le sue responsabilità (mai però, finora, pagate): e grazie a questa separazione delle responsabilità, salva l’insieme del potere. Ciò di cui è colpevole Andreotti non è colpevole Fanfani, ciò di cui è stato colpevole Gronchi non è stato colpevole Segni, e così via e viceversa. Nessuno ha mai avuto il coraggio di abbracciare con un solo sguardo l’Insieme. 
Nel tempo stesso, fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima vera unificazione): mutazione che, per ora, lo degrada e lo deturpa. Ma anche qui le nostre coscienze di osservatori si sono macchiate dell’imperdonabile colpa di avere, come dicevo, «separato i fenomeni» di tale degradazione e deterioramento: di non averne mai osato abbracciare con un solo sguardo l’Insieme. 




 


Ti faccio due esempi minimi ma tipici. 

I) A proposito della «separazione dei fenomeni» di Palazzo, ecco un divertente aneddoto. Dopo la famosa notte in cui è stato, peraltro ingiustamente, ridotto a capro espiatorio, Fanfani si è sfogato contro un suo protetto ingrato, uno (non ricordo come si chiami) di quella che, del resto volgarmente, si definisce «greppia» del potere. Costui (è Fanfani a parlare) si era a lungo prosternato davanti al potente segretario della DC per ottenere non so che carica ministeriale: l’aveva adulato nel modo più osceno («gettando la sua giacca sotto i miei piedi» dice esattamente Fanfani). In conclusione, Fanfani ha concesso quella carica, tanto ardentemente desiderata, al suo adulatore. Sappiamo, così, come in Italia viene concessa una carica pubblica a livello di governo. Ora, se tutto ciò accade, vuol dire o che un regime parlamentare non funziona (e allora hanno ragione gli extraparlamentari), oppure che bisogna farlo funzionare... Ma, ancora, non anticipiamo. Anche gli osservatori più informati, non scomponendosi (sia pure per eccesso di aristocratico disprezzo) di fronte a questa impudente confessione di Fanfani, si sono resi, intanto, suoi complici: ma, quel che è peggio, hanno appunto continuato a non voler considerare questa elargizione di cariche pubbliche come una delle tante tessere che formano un mosaico: non hanno voluto vedere il mosaico. 


II) A proposito della «separazione dei fenomeni» del Paese, mi viene in mente, fra le tante, la notizia apparsa qualche tempo fa sui giornali a proposito di un convegno sulla criminalità minorile in Italia. I dati che in quella notizia giornalistica si riassumevano, in merito alla criminalità minorile, erano terrificanti: tali da rivoluzionare del tutto l’idea che si ha del «minore» in Italia. Ma anche qui: la «criminalità minorile» non è nella nostra coscienza che una delle tessere (anzi, la formula di una delle tessere) che compongono il mosaico della realtà italiana. Che non si può guardare nel suo insieme se non a costo di restare impietriti. 

Dunque, per quanto riguarda un osservatore, o un luogo di osservazione com’è una rivista (per esempio quella che tu dirigi): a) ciò che succede nel Palazzo e ciò che succede nel Paese sono due realtà separate, le cui coincidenze sono solo meccaniche o formali: ognuna in effetti va per conto suo; b) in queste due diverse realtà, la stessa diacronia che le separa si ripete nei fenomeni che avvengono nel loro interno. 
La causa prima di tale separazione tra il Palazzo e il Paese, e della conseguente separazione dei fenomeni all’interno del Palazzo e del Paese, consiste nella radicale mutazione del «modo di produzione» (enorme quantità, transnazionalità, funzione edonistica): il nuovo potere reale che ne è nato ha scavalcato gli uomini che fino a quel momento avevano servito il vecchio potere clerico-fascista, lasciandoli soli a fare i buffoni nel Palazzo, e si è gettato nel Paese a compiere «anticipatamente» i suoi genocidi. 
Tu mi dirai: «Questa tua lettera mi sembra un pochino goffa e ripetitiva. Quandoquidem et Cato dormitat?». Si, è vero, ma qui è finita la prima parte, diligente, della presente mia lettera. E vengo alla conclusione che, essendo perfettamente logica, è anche sconvolgente. 
Nel meccanismo (Palazzo, Paese, Nuovo Potere) che ti ho descritto, intervengono anche altre forze: il PSI, il PCI, che da tale meccanica sarebbero libere. E sarebbero libere precisamente perché la loro interpretazione della realtà dovrebbe essere culturale e non pragmatica: politicizzando il tutto, se ne dovrebbe vedere l’insieme: e quindi il principio: per cui si potrebbe, appunto, ricomincare. 
Perché allora sia il PSI che il PCI sospendono ogni forma, sia pur timida, di interpretazione dell’Insieme, adeguandosi anch’essi alla regola prima cui si attengono tutti gli osservatori politici italiani, di ogni classe e partito, la regola cioè di intervenire solo fenomeno per fenomeno? 
    
Le ipotesi sono due: 
I) Il PSI e il PCI non possiedono più una interpretazione culturale della realtà, essendosi ormai identificati, nel pragma e nel buon senso, con la DC: accettazione dello Sviluppo, con quanto di democratico, tollerante, progressista esso (falsamente, io sostengo) comporta. In tale ipotesi valgono certamente le pazzesche sollecitazioni, che si levano ormai da ogni parte, alla DC di «imparare» qualcosa dal PCI, specie nel suo rapporto reale con le masse. Ed effettivamente in tal caso il PCI avrebbe qualcosa da insegnare alla DC, qualcosa di indubbiamente fondamentale: l’onestà.
II) Il PSI e il PCI possiedono invece, ancora, la loro visione ormai classica di interpretazione «altra» della realtà, ma non ne fanno uso. E non ne fanno uso perché, se ne facessero uso, essi dovrebbero ricorrere, logicamente, a soluzioni estreme. 
E quali sarebbero queste soluzioni estreme? Forse quelle degli estremisti? 
Non proprio: ciò non rientrerebbe nel metodo, ormai ben stabilizzato, del PSI e specialmente del PCI: tali soluzioni estreme si manterrebbero nell’ambito della Costituzione e del parlamentarismo: anzi, sarebbero - secondo uno stile semmai di carattere radicale - l’esaltazione della Costituzione e del parlamentarismo. 
In conclusione, il PSI e il PCI dovrebbero per prima cosa (se vale questa ipotesi) giungere ad un processo degli esponenti democristiani che hanno governato in questi trent’anni (specialmente gli ultimi dieci) l‘Italia. Parlo proprio di un processo penale, dentro un tribunale. Andreotti, Fanfani, Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos. Visto fra l’altro che Nixon è stato salvato da Ford dal processo vero e proprio. Nel banco degli imputati come Papadopulos.
E quivi accusati di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente (sperando nell’eventualità che, almeno, venga prima o poi celebrato un «processo Russell» finalmente impegnato e non conformistico e trionfalistico com’è di solito):

indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori

Senza un simile processo penale, è inutile sperare che ci sia qualcosa da fare per il nostro Paese. È chiaro infatti che la rispettabilità di alcuni democristiani (Moro, Zaccagnini) o la moralità dei comunisti non servono a nulla. 

Saggi sulla politica e sulla società, Meridiani Mondadori, Milano 1999
(Il Mondo, 28 agosto 1975; poi in Lettere luterane, Einaudi 1976)