Ucraina

 

   

   

Antonio Evangelista
Termometro Geopolitico
31 maggio 2026
 

LA GUERRA È SERVITA, SI SALVI CHI PUÒ

Nel marzo-aprile 2022, mentre l’opinione pubblica occidentale veniva travolta da una narrazione totalizzante sulla “necessità morale” della guerra contro la Russia, a Istanbul le delegazioni russa e ucraina stavano invece costruendo una possibile intesa di pace. Non una fantasia complottista, ma una ricostruzione confermata negli anni da mediatori, negoziatori, diplomatici e perfino da esponenti occidentali e ucraini coinvolti direttamente in quei colloqui.
Secondo quanto ricostruito da Richard Sakwa, ripreso da Ted Snider, Davide Malacaria e da Ennio Remondino su Remocontro, il nodo dell’accordo era chiaro: neutralità ucraina in cambio della cessazione della guerra e di garanzie internazionali. David Arakhamia, capo delegazione ucraina, ha ammesso che un’intesa era stata trovata e che, al ritorno da Istanbul, i negoziatori ucraini “stapparono lo champagne”. Oleksandr Chalyi ha dichiarato che tra metà e fine aprile si era “molto vicini” alla fine del conflitto. Bennett, Schröder, Cavusoglu, diplomatici svizzeri e persino Victoria Nuland – l’assistente del segretario di Stato famosa per il suo commento “fuck EU” – l’Europa si fotta – hanno poi confermato che il processo negoziale venne fermato dall’intervento occidentale.
La visita di Boris Johnson a Kiev il 9 aprile 2022 rappresentò il momento simbolico della rottura: niente accordi con Mosca, la guerra doveva continuare. Arakhamia stesso dirà che Londra comunicò a Zelensky che “non avremmo firmato assolutamente niente”.
Ed è qui che il piano militare si intreccia con quello mediatico.
Perché proprio mentre si spegneva la possibilità della pace, l’Occidente mediatico riceveva il carburante emotivo necessario a rendere impossibile qualsiasi trattativa: la “strage di Bucha”. Le immagini dei cadaveri ‘in fila indiana’, ordinati, lungo la via Yablonskaya divennero immediatamente il sigillo definitivo della barbarie russa. Nessuna prudenza, nessuna verifica approfondita, nessun dubbio consentito. La macchina narrativa si mise in moto con una velocità impressionante: chiunque chiedesse chiarimenti, tempi, dinamiche, indagini indipendenti o peggio sollevasse dubbi… veniva automaticamente sospinto nel campo della propaganda filorussa.
Rodolfo Ricci sottolinea come quelle immagini siano state usate come uno strumento politico e psicologico per consolidare una percezione assoluta del conflitto: il male da una parte, il bene dall’altra. Una dinamica già vista nei Balcani, in Libia, in Siria, dove fotografie, filmati e racconti emotivamente devastanti sono diventati dispositivi mediatici capaci di orientare l’opinione pubblica verso l’accettazione della guerra e verso il rifiuto di qualsiasi soluzione diplomatica.
Il punto centrale non è negare i morti o banalizzare le atrocità della guerra. Il punto è interrogarsi sul modo in cui certe immagini vengano selezionate, amplificate, create… e immediatamente incastonate dentro una narrazione precostituita, proprio nei momenti decisivi sul piano geopolitico. Nel caso ucraino, mentre i negoziati di Istanbul sembravano vicinissimi a un esito positivo, la costruzione mediatica di Bucha rese politicamente e moralmente impraticabile ogni compromesso a dispetto di ogni incongruenza forense sulla scena del crimine: no sangue, non bossoli, no decomposizione dei cadaveri, ecc.
Oggi, a distanza di quattro anni, questo scenario viene ulteriormente confermato dalle parole di Yulia Mendel, già portavoce di Zelensky, intervistata da Tucker Carlson. Un’intervista pesantissima, perché proveniente dall’interno stesso dell’apparato comunicativo ucraino. Mendel ammette apertamente che senza il sabotaggio occidentale la guerra avrebbe potuto concludersi rapidamente, preservando l’integrità dell’Ucraina e risparmiando una quantità immane di vite umane.
Ed è significativo che a squarciare il velo sia stato proprio Tucker Carlson, uno dei pochissimi giornalisti occidentali che abbia scelto di sottrarsi alla disciplina della propaganda bellica dominante, affrontando temi che gran parte dell’informazione euro-atlantica ha accuratamente evitato di approfondire. A quattro anni dai fatti, emergono così tutte le crepe di un sistema mediatico che non ha informato, ma orientato; che non ha cercato la verità, ma costruito consenso; che non ha raccontato la guerra, ma l’ha accompagnata e giustificata.
La menzogna non consiste soltanto nell’aver nascosto i negoziati di pace o nell’aver demonizzato chiunque parlasse di compromesso. Consiste soprattutto nell’aver prostituito l’informazione a interessi geopolitici ed economici inconfessabili, trasformando giornali e televisioni in strumenti di mobilitazione emotiva permanente. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di verificare, dubitare, contestualizzare. Invece, troppo spesso, si è limitato a ripetere slogan, selezionare immagini funzionali e creare un clima morale in cui la prosecuzione della guerra apparisse non solo inevitabile, ma perfino desiderabile.
Ma tutto questo era già successo.
La fotografia che “prese in giro il mondo” nel 1992 non è un errore del passato. È un avvertimento rimasto inascoltato.
C’è un filo che attraversa trent’anni di conflitti, dalla Bosnia degli anni Novanta all’Iraq, fino all’Ucraina e alle tensioni di oggi ai confini orientali dell’Europa. Non è un filo spinato, anche se spesso lo ricorda. È il filo invisibile dell’informazione manipolata, dell’immagine selezionata, del dettaglio trasformato in verità assoluta.
Nel 1992 una fotografia fece il giro del mondo: un uomo scheletrico, apparentemente rinchiuso dietro un filo spinato. I Balcani vennero immediatamente riletti attraverso la lente dell’Olocausto. L’intervento militare divenne una necessità morale. Solo anni dopo si scoprì che quel filo spinato non circondava i prigionieri, ma i giornalisti che erano nel recinto e fecero avvicinare i profughi al filo spinato per scattare le foto. L’inquadratura aveva ribaltato la realtà. Ma nessuna copertina tornò indietro. Nessuna narrazione venne davvero corretta.
Il danno era fatto.
E così la foto dei prigionieri nel campo di Trnopolje divenne la “pistola fumante” che provava oltre ogni dubbio l’esistenza dei campi di concentramento “nazisti” dei serbi.
L’immagine selezionata, il dettaglio isolato, l’interpretazione suggerita diventano la cornice entro cui il pubblico è chiamato a leggere la realtà. Non importa se, col tempo, quella cornice si rivelerà fragile o falsa: l’effetto politico è già stato prodotto.
Nel febbraio 2003, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il segretario di Stato americano Colin Powell sollevò una piccola fialetta. Disse che conteneva l’antrace, simbolo delle armi di distruzione di massa che Saddam Hussein aveva nascosto.
Non servivano prove complesse. Bastava l’oggetto.
Quella fialetta — minuscola, astratta, priva di contenuto verificabile — divenne il fulcro emotivo e simbolico di una guerra che avrebbe devastato l’Iraq, destabilizzato il Medio Oriente e aperto la strada alla nascita dell’ISIS.
Anni dopo, Powell stesso ammise che quelle informazioni erano false. Le armi di distruzione di massa non esistevano. Ma come nel caso della Bosnia, la smentita arrivò quando la storia era già stata scritta.
La fialetta funzionò come il filo spinato di Trnopolje: un dettaglio visivo elevato a verità assoluta.
Oggi il copione si ripete in forma aggiornata. Bastano tre sagome indistinte in una fotografia per evocare minacce, escalation, tensioni ai confini NATO. Non servono prove definitive. Basta una parola evocativa, una fotografia ambigua, un titolo costruito nel modo giusto.
Ancora una volta, l’immagine non dimostra: suggerisce.
Bosnia 1992: un filo spinato in primo piano.
ONU 2003: una fialetta agitata davanti alle telecamere.
Ucraina 2022: Bucha trasformata immediatamente nel sigillo definitivo del male assoluto.
Confini orientali oggi: ombre indistinte elevate a prova narrativa.
Tre decenni diversi, lo stesso schema comunicativo.
Non è necessario mentire apertamente. È sufficiente scegliere cosa mostrare, omettere ciò che chiarirebbe il contesto, caricare il frame di parole chiave emotive e lasciare che il pubblico completi il racconto.
La verità, se arriverà, arriverà dopo. E non farà notizia.
Se si osservano insieme Bosnia 1992, Iraq 2003 e Ucraina 2022, ciò che emerge non è una semplice successione di errori mediatici o coincidenze. Emerge un metodo. Una procedura. Un meccanismo ormai strutturale attraverso cui l’opinione pubblica viene accompagnata psicologicamente verso l’accettazione della guerra.
Prima si seleziona un’immagine emotivamente devastante.
Poi la si amplifica fino a renderla simbolo assoluto del conflitto.
Infine si costruisce attorno ad essa una narrazione binaria: bene contro male, civiltà contro barbarie, democrazia contro mostro.
A quel punto il dibattito finisce.
Chi chiede verifiche viene delegittimato. Chi domanda prudenza diventa sospetto. Chi parla di diplomazia viene accusato di voler “cedere al male”. La complessità sparisce. Resta soltanto la necessità morale della guerra.
Ed è qui che il problema smette di essere soltanto mediatico e diventa sistemico.
Perché le guerre contemporanee non nascono più soltanto da rivalità territoriali o ideologiche. Esiste ormai un intreccio permanente tra finanza, industria bellica, apparati politici, intelligence e grandi piattaforme informative. Un ecosistema integrato nel quale il conflitto non rappresenta più il fallimento del sistema, ma spesso il suo motore economico.
La guerra produce debito, riarmo, dipendenza energetica, controllo geopolitico, espansione industriale, trasferimenti giganteschi di denaro pubblico verso il complesso militare-industriale. Produce profitti immensi. E quei profitti alimentano centri di potere sempre più influenti, capaci di orientare politica, informazione e percezione pubblica.
Per questo l’informazione diventa decisiva.
Non serve più censurare. Basta saturare lo spazio pubblico con un’unica cornice emotiva. Basta trasformare ogni dubbio in eresia morale. Basta convincere le persone che la guerra non sia una scelta politica discutibile, ma una necessità inevitabile.
È così che la propaganda del nuovo millennio diventa più sofisticata di quella del passato: non impone il silenzio, ma produce rumore; non elimina formalmente il dissenso, ma lo marginalizza; non vieta di pensare, ma rende socialmente difficile farlo fuori dal recinto narrativo consentito.
E mentre i cittadini vengono trascinati dentro crisi permanenti, impoverimento, paura e militarizzazione crescente, una nuova élite transnazionale consolida il proprio potere attorno all’economia della guerra.
Questa è la vera trasformazione storica del XXI secolo: la guerra non più come extrema ratio, ma come condizione strutturale utile alla sopravvivenza di un sistema economico-finanziario che ha bisogno di instabilità permanente per alimentare sé stesso.
Per questo Bosnia, Iraq e Ucraina non sono episodi separati. Sono capitoli diversi dello stesso paradigma.
Cambiano i nemici, le bandiere, gli slogan.
Ma resta identico il meccanismo: creare l’emergenza morale, manipolare la percezione, svuotare il dubbio, rendere inevitabile il conflitto.
E quando le guerre diventano inevitabili nella mente delle persone prima ancora che nella realtà dei fatti, allora significa che la battaglia decisiva è già stata vinta. Non sul terreno. Ma dentro l’informazione.
Ecco signore e signori, la guerra è servita!


grazie a: https://www.occhisulmondo.info/.../la-guerra-e-servita.../