La colonizzazione europea del continente americano, cominciata nel Cinquecento, ha provocato la progressiva occupazione del cosiddetto Nuovo mondo da parte delle potenze europee: Spagna e Portogallo in primis e, in misura minore, Regno Unito, Francia, Paesi Bassi e Russia. Questo processo ha prodotto conseguenze profonde sia in America sia in Europa. La conquista fu caratterizzata da estrema brutalità da parte dei cosiddetti conquistadores, come Cortés e Pizarro: la popolazione indigena si ridusse drasticamente (ci furono milioni di morti, in gran parte dovuti a malattie di origine europea) e quella sopravvissuta fu sottoposta a un duro sfruttamento. Inoltre, gli europei “importarono” in America schiavi neri dall'Africa, stravolgendo la composizione etnica della popolazione. Anche in America settentrionale la colonizzazione fu brutale, ma avvenne più tardi ed ebbe caratteristiche differenti. L’arrivo degli europei e le civiltà precolombiane Pochi anni dopo la “scoperta” dell’America, iniziò la conquista. Nel 1494 la Spagna e il Portogallo, principali potenze marinare del tempo, sottoscrissero il Trattato di Tordesillas, che stabilì la linea di confine tra le rispettive aree di conquista: al Portogallo toccò il Brasile, alla Spagna il resto dell’America centrale e meridionale.
I conquistadores, come erano chiamati coloro che conquistarono il territorio americano, erano molto meno numerosi delle popolazioni native, ma potevano giovarsi di una netta superiorità tecnologica: le armi da fuoco, le armature in metallo, l’uso bellico dei cavalli, elementi del tutto sconosciuti agli indigeni che, oltre a garantire enormi vantaggi militari, esercitavano un forte impatto psicologico. Hernan Cortés In tal modo, nella prima metà del Cinquecento Spagna e Portogallo occuparono vasti settori dell’America centrale e meridionale. L’America del Nord subì un destino parzialmente diverso. In parte fu occupata dagli spagnoli, che la consideravano un territorio periferico; in parte da altri popoli europei: inglesi, olandesi, francesi, che però giunsero solo nel ‘600 e in origine fondarono solo piccoli insediamenti costieri. L’Alaska, invece, fu occupata dai russi nel ‘700. Europei in America (credits Jluisrs) Gli europei, del resto, nei primi tempi dopo la conquista non avevano intenzione di sviluppare i territori americani, ma volevano solo accaparrarsene le ricchezze. L’obiettivo prioritario era appropriarsi dei metalli preziosi, oro e argento, presenti in alcune località. In seguito, i colonizzatori impiantarono grandi piantagioni per coltivare prodotti da esportare nel resto del mondo. La conseguenza più grave dell’arrivo degli europei fu il drastico calo della popolazione indigena, che nel corso dei secoli passò – secondo le stime più attendibili – da circa 80 milioni a pochi milioni. Le cause principali non furono i massacri, ma lo sfruttamento al quale le popolazioni erano sottoposte e, soprattutto, le epidemie. Gli europei, infatti, portarono in America virus e batteri nuovi, contro i quali la popolazione nativa non aveva anticorpi; malattie come il vaiolo e il morbillo sterminarono perciò la popolazione locale. A causa del calo demografico e della poca resistenza fisica degli indigeni, gli europei decisero di “importare” lavoratori dall’Africa. Diedero perciò inizio alla tratta degli schiavi, che durò fino all’Ottocento e popolò il continente di uomini e donne con la pelle nera. Il sistema delle caste coloniali In Europa, tra le conseguenze della colonizzazione delle Americhe vi furono l’arrivo di nuovi prodotti agricoli e nuove specie animali, nonché gli sconvolgimenti economici provocati dall’arrivo di grandi quantità di metalli preziosi. Fonti grazie a: https://www.geopop.it/ |