Indonesia


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Il primo ottobre di sessant'anni fa l'esercito di Suharto dava inizio all'«annichilimento» dei militanti del PKI e dei loro familiari: vennero sterminate tra 500 mila e un milione di persone.
Alle sette e un quarto del primo ottobre 1965 il popolo indonesiano si svegliò con l’annuncio radiofonico da parte del tenente colonnello Untung, portavoce di una entità mai sentita in precedenza, il Movimento 30 Settembre. Nel comunicato si informava che nella notte precedente il Movimento aveva sventato un colpo di stato ai danni del Presidente della Repubblica Sukarno per mano del «Consiglio dei Generali» e che alcuni di essi erano stati arrestati. Da lì a poco, concludeva il comunicato, sarebbe stata annunciata la prossima nascita di un Consiglio Rivoluzionario Indonesiano con poteri esecutivi e dotato anche di ramificazioni territoriali. 
Fu attraverso questo misterioso comunicato (che non diceva nulla né riguardo le intenzioni del Movimento né quelle dei generali arrestati) che gli indonesiani vennero a conoscenza della sommossa militare che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese – seppur in direzione opposta a quella degli ufficiali insorti.
Quella deI Movimento 30 Settembre era una ribellione militare di ufficiali di basso e medio rango ideata segretamente dal segretario del Partito Comunista Indonesiano (PKI) D.N. Aidit attraverso la struttura semi-clandestina del partito ma senza informare né i militanti né i suoi più stretti collaboratori. L’obiettivo dell’operazione – in coerenza con una tradizione consolidata nel paese di rapimenti politici – era quella di arrestare i principali generali dell’esercito indonesiano, attestati su posizioni reazionarie, e di portarli dinanzi al Presidente della Repubblica, in modo da fargli confessare le proprie trame golpiste.
Nel frattempo, secondo le intenzioni dei rivoltosi, in tutto il paese il popolo indonesiano sarebbe sceso in piazza per dare sostegno al Movimento e chiedere cambiamenti nell’esercito e nel governo.  Quel tentativo di cambiare i destini dell’Indonesia attraverso una rivolta dall’alto fu un totale disastro: sei generali vennero uccisi, un settimo (e il più importante) fuggì al rapimento e nell’arcipelago quasi non vi furono mobilitazioni.
Il 2 ottobre l’esercito prese di fatto il controllo del paese, sequestrando tutta la stampa, limitando al massimo le capacità di manovre di Sukarno e avviando una campagna forsennata per punire i responsabili del Movimento 30 Settembre: i militari sollevati, certo, ma soprattutto i comunisti.
Fu quello l’avvio di un massacro di proporzioni immense che tinse di sangue il paese nei sei mesi successivi. Disorientato dalle accuse, impossibilitato a difendersi attraverso la stampa, privo di una leadership che si rifugiò da subito nelle foreste di Yogyakarta, il PKI – nonostante la sua forza numerica – fu incapace di opporre la benché minima resistenza e andò incontro al suo destino: tra i 500 mila e il milione di militanti e simpatizzanti del PKI e i propri familiari vennero assassinati dall’esercito e dalle milizie organizzate da esso. Vennero uccisi perché comunisti, pur senza avere alcun ruolo nei fatti del 1º ottobre ma solo per via della propria appartenenza al partito e per la propria ideologia. 
L’obiettivo dell’esercito era sradicare «fino alla radice» l’esistenza stessa di quella grande organizzazione e per farlo non fece distinzione tra dirigenti e semplici militanti. Bisognava distruggere un’intera tradizione politica, un «modo di pensare», come ha detto Geoffrey Robinson, e per questo, villaggio per villaggio, diede vita a una caccia all’uomo che annientò del tutto il PKI. Per via dello sterminio sistematico di membri del collettivo comunista, dell’apparato organizzativo messo in moto per portarlo a termine, del linguaggio disumanizzante usato per giustificarlo e dei numeri immensi di persone assassinate, sono oggi in tanti gli studiosi che ritengono che quello del 1965-66 in Indonesia fu un genocidio, un genocidio anticomunista.

L’ordine di distruggere

A lungo i massacri avvenuti in Indonesia sono stati trattati con un approccio orientalista, considerandoli come rivolta spontanea, religiosa e popolare degli abitanti dei villaggi contro gli atei comunisti, accusati di sradicare l’armonia della comunità indonesiana.
Tuttavia, dopo sessant’anni grazie agli studi di Cribb, Robinson, Roosa e Melvin è possibile affermare che di spontaneo nei massacri del 1965-66 non vi fu assolutamente nulla. Innanzitutto l’esercito indonesiano era preparato da tempo per distruggere il PKI. Animato da un virulento anticomunismo, già nel 1948 esso si era reso responsabile del massacro di Madiun, città di Giava dove un’insurrezione comunista era stata repressa nel sangue uccidendo 10mila persone.
Nel corso degli anni poi, la Tni (acronimo dell’esercito derivante da Tentara Nasional Indonesia) aveva adottato una strategia di difesa che, in realtà, serviva per il controllo interno. Affiancando gli amministratori di tutti i villaggi del paese con un comando militare, si affermava di voler prepararsi a una guerriglia a livello locale in caso di aggressione esterna. In realtà si trattava di una forma di controllo interno, monitorando da vicino l’attività del Partito Comunista. Inoltre, per via dello scontro con i Paesi Bassi per la «liberazione» di Papua Occidentale prima e con la Federazione Malese poi (la cosiddetta Konfrontasi), nel paese continuava a essere imposta una legge marziale che assegnava un immenso potere alle forze armate.
Proprio la Konfrontasi, iniziata nel 1963, permise all’esercito di disegnare piani di mobilitazione di civili in caso di scontro armato, piani che sarebbero stati applicati contro i comunisti immediatamente dopo il 1º ottobre 1965. Sin dalla sera del primo ottobre, poi, i comandi militari lanciarono ordini ben precisi di «annichilimento» del Movimento 30 Settembre e del PKI con l’obbligo da parte della popolazione locale di collaborare attivamente in quest’opera di sterminio. Nonostante il fatto che i militanti del PKI fossero completamente disarmati e inoffensivi, l’esercito lanciò operazioni di «guerra», con elenchi di persone da eliminare e mappe con i numeri di comunisti da uccidere in ogni zona. A dare manforte (ma subordinate alla Tni), vi erano strutture paramilitari legate ai partiti politici anticomunisti e già attive da tempo nelle campagne dell’arcipelago.
Sotto gli ordini e il coordinamento dei militari e sospinte da una propaganda genocida incessante, esse parteciparono attivamente nell’arresto e nello sterminio di militanti del PKI e dei loro familiari nonché alla distruzione di case e di sedi del partito. Vi furono pogrom e assassinii di massa in molte zone del paese ma la principale procedura dei massacri consistette in due fasi: una prima di detenzioni di massa, la seconda di esecuzioni dei detenuti. Le uccisioni, avvenute al di fuori di qualsiasi cornice legale, avvenivano di solito durante la notte, quando molte persone sospettate di essere affiliate al PKI venivano prelevate spesso sulla base di elenchi forniti da interrogatori militari, gruppi anticomunisti o persino, come vedremo, da ambasciate straniere. I prigionieri venivano immobilizzati, bendati e caricati su camion diretti verso luoghi remoti. In quei siti isolati, si procedeva con le esecuzioni: i detenuti venivano allineati lungo il margine di burroni, sulle rive dei fiumi o davanti a fosse comuni, e lì venivano giustiziati, spesso con armi da fuoco, colpi inferti con oggetti contundenti o metodi ancora più brutali. I corpi venivano poi gettati nei burroni, nei fiumi o sepolti sommariamente.

Propaganda disumanizzante

Lo sterminio degli appartenenti al PKI non sarebbe stato possibile senza un’operazione mentale che rendesse accettata da tutti l’uccisione o l’arresto di chiunque fosse anche solo sospettato di essere comunista. Attraverso il controllo totale dei mass media e la diffusione di storie assurde e spaventose, il Tni costruì un clima favorevole al massacro senza che le vittime potessero far nulla per difendersi dalle mostruose accuse che gli venivano mosse. Quattro, sostiene lo storico John Roosa, furono i pilastri retorici di questa operazione psicologica. Innanzitutto il PKI venne accusato per intero di ciò che accadde nella sola Giacarta il 1º ottobre. Nonostante il fatto che neanche i massimi collaboratori di Aidit sapessero nulla della ribellione, la stampa accusò tutti i dirigenti e militanti fino all’isola più sperduta dell’arcipelago di essere colpevoli dell’uccisione dei sei generali.
La macchina della propaganda produsse notizie riguardanti il ritrovamento di piani di sterminio e di improbabili fosse comuni in tutto il paese per seppellire le vittime del PKI.  Il secondo pilastro dell’operazione psicologica fu la disumanizzazione dei comunisti. Attraverso un linguaggio estremamente violento e la diffusione di notizie false, il Tni e i suoi alleati religiosi costruirono attorno al PKI un’aura di barbarie e perversione che rendeva lo sterminio non solo giustificabile, ma addirittura un dovere patriottico e religioso. I comunisti furono sistematicamente dipinti come «traditori della nazione», «barbari» e «animali selvaggi». La stampa, completamente controllata, li descriveva come assassini che provavano piacere nel torturare e uccidere, atei privi di qualsiasi moralità. Le donne affiliate alla Gerwani in particolare (l’organizzazione femminile fiancheggiatrice del PKI) venivano accusate di aver ucciso attraverso una danza macabra e torture sessuali i sei generali, una narrazione grottesca e completamente inventata ma che penetrò con efficacia tossica nella coscienza collettiva. Il terzo pilastro della propaganda genocida, poi, fu quello di rappresentare il PKI e il Movimento 30 Settembre come una minaccia viva, imminente e pericolosissima.
La morte dei sei generali era solo il preludio e se non fosse stato fermato all’istante il PKI avrebbe commesso altri spaventosi crimini. La stampa sotto il controllo del Tni raccontò la strage di militanti di sinistra come una guerra civile mentre, in realtà, praticamente tutti i militanti del PKI e delle strutture a esso affini cercarono solo di salvare la propria vita e non ricevettero mai alcuna indicazione di resistenza.
Infine, la distruzione del Partito Comunista Indonesiano venne subito ricondotta all’episodio di Madiun del 1948, quando per la prima volta l’esercito della neonata Repubblica aveva represso nel sangue una ribellione comunista. Così come nel 1948 era stato necessario punire il tradimento comunista, ora si trattava di stroncare quella che veniva definita «la seconda Madiun» per impedire che ve ne fosse una «terza». La stampa martellava quotidianamente su questo paragone, legittimando la repressione in atto come una necessaria misura preventiva per salvare la Repubblica. Il ruolo dell’Occidente Lo spaventoso massacro per mano dell’esercito, che terminò verso la metà del 1966, vide la piena partecipazione degli Stati uniti, che diedero un supporto logistico, economico e di incoraggiamento. Dopo aver per anni cercato di destabilizzare la repubblica – sempre più vicina alla Cina – attraverso attentati e secessioni, gli Usa e i loro alleati arrivarono alla conclusione che il modo migliore per sbarazzarsi del PKI e del Presidente della Repubblica Sukarno (non comunista ma a esso sempre più vicino) era quello di provocare un colpo di stato dei comunisti. Diffondendo notizie su un imminente golpe dei militari, gli Usa speravano di provocare il PKI e di spingerlo verso la suicida mossa di un’azione preventiva.
Quando essa poi si concretizzò, gli Usa diedero il massimo sostegno al Tni attraverso la fornitura materiale di diverso tipo, la diffusione di propaganda anticomunista e l’isolamento diplomatico di Sukarno. Non solo, un diplomatico statunitense di stanza a Giacarta, Robert Martens, ammise anni dopo di aver fornito alla Tni una lista di 5.000 militanti comunisti da eliminare. Non si trattava di dirigenti nazionali, ma locali, affinché in nessuna parte dell’arcipelago potesse resuscitare la speranza di un’alternativa alla violenza fascista del nuovo regime guidato da Suharto, sostenuto poi dagli Usa e dall’Occidente fino al 1999. Perché fu un genocidio Una delle grandi questioni rimaste aperte riguarda se i massacri del 1965-66 possano essere definiti «genocidio». Jess Melvin ha affrontato il tema su due piani: da un lato quello teorico, chiedendosi se i comunisti possano rientrare tra i gruppi tutelati dalla Convenzione del 1948 e dall’altro quello documentario, mostrando prove dell’intenzionalità dell’esercito di annientare fisicamente il PKI.
Sul piano teorico, Melvin sostiene che, pur non essendo i gruppi politici esplicitamente menzionati dalla Convenzione, le azioni e le intenzioni degli ufficiali indonesiani dimostrano la volontà di sterminare un gruppo per ragioni ideologiche, e quindi la protezione andrebbe estesa anche a essi. Sul piano empirico, il suo contributo decisivo è l’analisi di documenti militari che rivelano ordini espliciti di «annichilire» il PKI, emessi già il 1º ottobre 1965 dai comandi di Sumatra e ripetuti nei giorni successivi, con l’invito alla popolazione a collaborare. Questi ordini, insieme alla pianificazione preventiva e ai contatti con ufficiali statunitensi, dimostrano l’intenzionalità di distruggere «in tutto o in parte» il collettivo comunista. Anche se le istruzioni documentate riguardano i comandi di Sumatra, resta chiaro che esse si inserivano in una catena di comando che risaliva fino all’Alto Comando, guidato da Suharto. In altre occasioni si è qui spiegato quale fosse la situazione dell’Indonesia degli anni ‘50-60,  quale fosse la strategia di D.N. Aidit e del PKI e il perché lo sterminio di comunisti in Indonesia fu un modello replicato altrove durante la Guerra Fredda.

Per il sessantesimo anniversario di questo immane massacro - prevalentemente ignorato e senza che i colpevoli abbiano mai pagato per le proprie responsabilità - si è qui voluto mettere in luce la sua dinamica, non troppo diversa da quella che oggi colpisce la Palestina. La disumanizzazione, l’efficienza tecnica e la propaganda allora come oggi sono i pilastri di ogni progetto genocida.
Ma parlare dell’Indonesia del 1965 e della strage dei comunisti significa anche ricordare un aspetto che la stampa liberale tende sistematicamente a occultare: il Novecento è stato un secolo denso di genocidi, e i comunisti ne sono stati spesso le vittime. Quello indonesiano ne è solo il caso più estremo. *Nicola Tanno è laureato in scienze politiche e in analisi economica delle istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Vive e lavora da anni a Barcellona

grazie a: Jacobin, 1 Ottobre 2025

Guido Creta

Storia di un partito dimenticato

Le celebrazioni per il centenario di un partito politico possono svolgere, in base alle specificità e alle fortune dello stesso, funzioni assai diverse: in alcuni casi e Paesi diventano mera propaganda, in altri ripensamento e analisi storica, in altri ancora motivo di vergogna, raramente ci si trova di fronte a un processo di intenzionale rimozione in patria e di scarsissima attenzione all’estero.
Il più vecchio partito comunista dell’Asia fuori dai confini della Russia zarista, quello indonesiano, è una di quelle eccezioni, non in quanto completamente dimenticato ma poiché, almeno per quanto riguarda la Repubblica di Indonesia, la sua memoria è usata da oltre cinquant’anni come spauracchio evocato ogniqualvolta qualsiasi forma di pensiero critico tenta di far breccia nell’arcipelago[1].

La nascita del movimento comunista indonesiano

Il 23 maggio del 1920 veniva fondata l’Associazione comunista delle Indie Orientali olandesi che avrebbe cambiato nome l’anno successivo in Partai Komunis Indonesia (PKI). Il PKI non nasceva certo dal nulla[2], ma da quasi un ventennio di diffusione del pensiero socialista nell’arcipelago da parte di uno sparuto gruppo di olandesi che, nel 1914, aveva creato la prima associazione di sinistra a Giava, insieme a un’unione sindacale dei lavoratori delle ferrovie. Uno dei principali agitatori del sindacato era Henk Snevlieet, comunista olandese che perderà la vita nella resistenza ai nazisti[3].
Almeno nella fase iniziale, l’associazione, guidata dallo stesso Snevlieet, aveva come base pochi intellettuali eurasiatici e pochissimi indonesiani che avevano avuto la possibilità di studiare all’estero. Solo successivamente, grazie soprattutto alla capacità di infiltrazione nei sindacati islamici, i gruppi di sinistra iniziarono ad avere un seguito tra quell’embrionale classe operaia che si era formata nell’arcipelago. Il carattere rivoluzionario di tali gruppi li rese invisi non solo ai dominatori coloniali, ma anche a una parte importante del nascente movimento nazionalista.
Il rapporto dei comunisti indonesiani con le altre principali forze politiche fu contraddittorio fin dall’inizio. Il pensiero islamico, con la miriade di associazioni a esso ispirate, rappresentava nei primi decenni del Novecento un punto di riferimento obbligato per chiunque avesse intenzione di avviare un discorso di opposizione al colonialismo in Indonesia. Nel 1909 era nata la prima associazione sindacale con chiara matrice islamica, la Sarekat Islam (Lega musulmana), con l’obiettivo iniziale di proteggere gli interessi dei commercianti musulmani dall’eccessivo potere di quelli cinesi ed eurasiatici. In seguito, tale forma germinale di sindacato assunse un carattere quasi classista allargando le lotte ai contadini e ai lavoratori delle fabbriche e dei trasporti. Esattamente per questi motivi, i primi socialisti indonesiani decisero di infiltrarsi all’interno di queste organizzazioni che per forza di cose avevano un seguito maggiore.
Semaun, il primo presidente del PKI, si rese protagonista nella creazione all’interno della Sarekat Islam, di una sezione fortemente comunista che fino alla sua espulsione organizzò scioperi violentissimi, soprattutto a Giava[4]. Elemento caratterizzante del pensiero marxista indonesiano fu, fin dall’inizio, l’alternarsi di una concezione radicale volta a uno scontro diretto e autonomo contro le forze coloniali con una posizione che può essere ricompresa all’interno delle teorie dei fronti unitari sviluppatesi sia in Asia sia in Europa nel periodo tra le due guerre[5]. La crescita dell’organizzazione, in un periodo di forte crisi economica, portò i dirigenti di metà anni Venti a una decisione pagata successivamente a caro prezzo.
Tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927, dopo una lunga discussione svoltasi ai piedi del tempio induista del Prambanan a Yogyakarta, il PKI si sollevò contro il dominio coloniale olandese. Tale decisione, in contrasto con il volere di Mosca e in contemporanea con altre disfatte in Asia, come ad esempio il massacro dei comunisti cinesi a Shanghai a opera del braccio militare del Guomindang nell’aprile del 1927, determinò la prima sconfitta del movimento comunista nell’arcipelago e lo sviluppo di una piccola forza sotterranea costretta a trincerarsi e ad aspettare momenti più propizi per risorgere. Migliaia di comunisti furono imprigionati, altri costretti all’esilio, altri ancora trovarono la morte. Inoltre, in seguito a tale repressione, il PKI perse la guida del movimento indipendentista indonesiano a favore dei nazionalisti[6]. Dalla rinascita all’affermazione degli anni Sessanta Allo stesso modo il partito rivide la luce alla fine della Seconda guerra mondiale, durante i concitati giorni della rivoluzione, ponendosi inizialmente all’interno delle forze unitarie della Repubblica e trovandosi di nuovo sconfitto e schiacciato nel 1948 a Madiun[7], questa volta dall’esercito indonesiano, non appena si trovò ad appoggiare lo scontento di alcune milizie che propendevano per la promozione di una lotta più improntata alla creazione di uno stato comunista[8].
Dalla sua ennesima rinascita nel 1951, sotto la guida di un giovanissimo gruppo dirigente formato da Aidit e altri, la strategia e la tattica del partito furono improntante a una via parlamentare, legalitaria e indirizzata a raggiungere il massimo numero di iscritti[9]. Tale approccio portò il partito ad allontanarsi da un’impostazione classista di stampo ortodosso e basata sull’esaltazione maoista del ruolo dei contadini, per poi naufragare lentamente nei meandri del “Fronte nazionale indonesiano” creato da Sukarno, il primo presidente dell’Indonesia indipendente. La ricerca continua dell’appoggio delle forze laiche e nazionaliste dell’arcipelago, considerate parte di quella borghesia nazionale rivoluzionaria da contrapporre alle forze musulmane conniventi con il capitalismo internazionale, diede la possibilità al PKI di rafforzarsi numericamente e diffondersi tra le élite educate delle città e in parte tra i contadini, seguendo tuttavia più le linee dei vecchi rapporti di potere presenti nel substrato etnico e culturale del Paese anziché un’impostazione della lotta di classe di matrice sovietica o maoista[10]. A ciò si aggiunse la consapevolezza della necessità di trovare protezione all’interno dell’establishment di Giacarta in quanto le grandi masse che si cercava di politicizzare non permettevano ancora la fiducia in una reale mobilitazione in caso di necessità. Per questo il partito si andò allineando sempre più sulle posizioni del presidente, interpretate come coerenti con la lotta anticoloniale e per il socialismo, oltre che tendenzialmente sempre più allineate con Pechino[11]. Almeno dal 1951, dunque, la lotta dei comunisti fu per la vittoria all’interno dello stato nazionale indonesiano più che contro di esso e per il prosieguo di quella rivoluzione iniziata anni prima e mai completata. A tal fine si sviluppò un’organizzazione capillare che comprendeva i settori più disparati e puntava precipuamente sull’educazione, la cultura e il dibattito politico[12].


Ciononostante, parziali o brevi tentativi di lotte maggiormente improntate a uno scontro di classe furono messi in campo in svariate occasioni, sia nel 1960 in uno dei tanti apici dello scontro con l’esercito ultraconservatore e filooccidentale, sia nel caso delle “azioni unilaterali” legate a una reale applicazione di una riforma agraria soltanto propagandata dal governo e mai attuata. Fu indubbiamente in questi momenti che il partito diede per la prima volta prova della sua incapacità di gestire i quadri regionali in una ferrea disciplina. Infatti, quando alla fine del 1964, su richiesta di Sukarno, il comitato centrale cercò di porre fine alle azioni per la riforma agraria, molti esponenti a livello locale disobbedirono agli ordini delle alte sfere di Giacarta[13]. Malgrado la presenza di tali aspetti, l’ascesa dei comunisti sembrava irrefrenabile. La linea seguita in questa fase portò, almeno momentaneamente, i suoi frutti. Nel 1965 il PKI propagandava di avere 3,5 milioni di iscritti e più di 20 milioni di simpatizzanti affiliati alle varie organizzazioni a esso legate, risultando il movimento comunista più numeroso al mondo dopo quelli di Cina popolare e Unione Sovietica (URSS). Inoltre, in caso di possibili elezioni le forze a esso ostili paventavano un risultato dell’oltre il 25%, proiettando il PKI come prima forza elettorale del Paese. Tale avanzamento era legato a svariati aspetti. Innanzitutto, alle grandi capacità organizzative, ma va sottolineato come, in un Paese perennemente afflitto dalla corruzione, fosse visto come un gruppo dai sani principi, improntato a una ferrea disciplina e immune da tali scandali. A ciò vanno aggiunte le continue richieste comuniste relative all’ottenimento di maggiori tutele e diritti per i lavoratori, all’aumento del salario e ad altre conquiste sociali che facilmente facevano breccia in un popolo affamato.
Questa continua affermazione sia in termini numerici sia di peso politico nei nuovi organismi rappresentativi portò gradualmente il PKI a radicalizzare il linguaggio politico e ad aumentare l’offensiva interna, arrivando a chiedere l’armamento di milioni di operai e contadini. Contemporaneamente, il capo del Comitato centrale D.N. Aidit organizzò una cellula segreta indipendente dal partito con il compito di infiltrarsi nelle Forze armate, monitorarne le attività e stabilire un piano di azione nel caso la situazione si fosse fatta pericolosa[14]. Tali azioni furono il risultato della situazione politica indonesiana di metà anni Sessanta. Il fragile equilibrio creatosi tra le tre principali forze politiche del Paese stava per rompersi irrimediabilmente. Il perno di quella apparente armonia tra nazionalismo, religione e socialismo era Sukarno, le cui condizioni di salute destavano preoccupazioni in tutti i gruppi circa la sua successione.
All’interno dell’Esercito, l’ala conservatrice stava preparando da tempo le proprie contromisure, oltre a cercare un pretesto per attaccare i comunisti e prendere il potere. Questi ultimi, all’apice del consenso ma privi di una qualsivoglia organizzazione militare, cercavano confusamente alleati tra i soldati progressisti. Sia le potenze occidentali sia il governo di Pechino tentavano in tutti i modi di interferire nella vita politica del Paese. Tale clima di tensione stava per concludere una delle partite più importanti della Guerra fredda in Asia[15]. Il “Movimento 30 Settembre”, la caduta politica e il massacro Il 1965, che sembrava poter essere il momento di maggior forza per i comunisti indonesiani, al punto da far temere al mondo occidentale la perdita definitiva dell’Indonesia al socialismo, fu segnato invece dall’ultima, più tragica e definitiva sconfitta del PKI dopo quelle del 1926 e del 1948. La notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre di quel fatidico 1965, un gruppo di militari progressisti, autoproclamatosi “Movimento 30 settembre”, rapì sette generali dell’Alto comando dell’Esercito e, successivamente, ne uccise sei, dichiarando di agire per proteggere il presidente Sukarno e l’Indonesia stessa da un possibile colpo di stato militare appoggiato dalla CIA. Questo maldestro tentativo di spostare gli equilibri della politica indonesiana terminò nell’arco di ventiquattro ore con la sconfitta di tale gruppo e con l’ascesa del generale Suharto che governerà il Paese fino al 1998. Nei giorni successivi lo stesso Suharto, appoggiato dalla frangia più conservatrice dell’esercito e dalle forze religiose, oltre che dal mondo occidentale, accuserà senza prova alcuna il PKI di essere il vero artefice del golpe[16]. In seguito a tale accusa si avvierà nell’arcipelago una vera e propria caccia all’uomo che porterà all’uccisione di oltre cinquecentomila persone e all’imprigionamento di diversi milioni di ind
onesiani, rei di essere membri o simpatizzanti del PKI ma che nessuna parte avevano avuto nel presunto colpo di stato[17].
A seguito di quello che è stato definito il più grande massacro della seconda metà del Novecento, il generale Suharto esautorerà Sukarno, salirà al potere per i successivi trentadue anni e bandirà il PKI e il pensiero comunista dall’Indonesia.

La vittoria dei militari porterà all’apertura del Paese al libero mercato, a un suo riallineamento nel campo occidentale e allo sviluppo di un regime clientelare e repressivo che favorirà soltanto l’entourage di Suharto. Inoltre, lo schema seguito dall’esercito indonesiano – sotto l’egida statunitense[18] – diventerà il modello per tanti altri colpi militari nel resto del mondo, uno su tutti quello cileno del 1973[19]. Tentare di interpretare questi eventi nebulosi è stata l’ossessione di tantissimi storici negli ultimi cinquant’anni, ma senza l’apertura degli archivi indonesiani e con una classe dirigente reticente, in quanto ancora legata al vecchio regime, appare praticamente impossibile dare una spiegazione totalmente accettata. Non è compito di questo articolo addentrarsi nell’analisi delle varie spiegazioni date agli eventi; tuttavia, è possibile fornire una ricostruzione solo approssimativa, almeno finché non si avranno nuove fonti.
Una parte della dirigenza del PKI, terrorizzata dalle conseguenze di una possibile morte di Sukarno e dalle ingerenze occidentali, tentò di allearsi con un gruppo di militari progressisti per spostare gli equilibri politici del Paese e prevenire un colpo di stato conservatore attraverso il rapimento dei generali. La mancanza di coordinamento tra queste due forze portò al fallimento dell’azione e offrì un pretesto all’ala conservatrice dell’esercito per compiere quel piano di conquista del potere preparato da tempo con l’appoggio statunitense[20]. I militari avviarono un programma genocidiale volto a estirpare completamente dall’Indonesia non solo il PKI, ma anche l’intera sinistra indonesiana con tutto il suo bagaglio di pensiero critico[21].
Il PKI tra eredità e memoria Dal 1966 il PKI è sopravissuto per qualche tempo in esilio con l’appoggio finanziario delle due principali potenze socialiste, la Cina popolare e l’URSS, soffrendo anch’esso la scissione di quel campo. Entrambi i gruppi elaborarono documenti di autocritica e di accusa alla vecchia dirigenza per non aver saputo portare avanti un programma serio per la conquista del potere, rinnegando in parte le caratteristiche peculiari del pensiero marxista indonesiano[22]. Ormai, per motivi biologici e politici, quel PKI è seppellito da tempo. Cinquant’anni di dura repressione e la paura anche solo di raccontare il passato da parte dei sopravvissuti alle giovani generazioni hanno fatto sì che si sia perso il ricordo di un enorme partito impegnato in tanti campi, ma spazzato via dalla storia. Ciononostante, nel trentennio di regime del “Nuovo Ordine” (Orde Baru) tanti movimenti giovanili ebbero memoria delle pratiche sviluppate dai comunisti precedentemente, ma la utilizzarono inconsapevolmente e senza capacità di analisi. Alla teoria elaborata dall’Esercito della “massa fluttuante”, ovvero l’allontanamento dei cittadini indonesiani dalla politica attiva e il loro fungere da meri soggetti economici per lo sviluppo, si contrapposero le aksi (azioni), gli scioperi, l’organizzazione dal basso per la costruzione di reti sociali indipendenti, eredità delle lotte sociali degli anni Cinquanta e Sessanta.
L’evolversi di queste lotte, insieme alla crisi finanziaria asiatica del 1997-1998, portò alla caduta del regime di Suharto il 21 maggio 1998[23]. L’entusiasmo per il ritorno alla democrazia non è però bastato ad avviare un recupero della memoria storica del PKI e l’anticomunismo è ancora un elemento fondante della società indonesiana. In Italia, in Europa e nel resto del mondo si ha ben poco ricordo dei comunisti dell’arcipelago e le motivazioni possono essere tante: una visione eurocentrica della storia, un semplice disinteresse per Paesi lontani decine di migliaia di chilometri da noi, oppure, più semplicemente, la capacità delle forze vincitrici all’epoca dello scontro di non attirare troppa attenzione su centinaia di migliaia di morti in un Paese dove era possibile trarre enormi profitti ed estrarre materie prime a basso costo.
A oltre cento anni dalla sua fondazione e cinquanta dalla sua definitiva sconfitta, risulta doveroso conservare la memoria storica di un partito che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo culturale, politico e sociale dell’arcipelago. Probabilmente esso è già sorto, o sorgerà di nuovo, in altra veste, con differenti metodi di lotta e una diversa terminologia attraverso il movimento operaio, quello studentesco o le organizzazioni non governative che lottano per le questioni ambientali, ma non è consentito dimenticarlo tanto in Indonesia quanto nel resto del mondo.

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Grazie a: TWAI.it

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