Albania
|
Quando l’Italia invase l’Albania Il 7 aprile 1939 l’esercito italiano sbarcò sulle coste albanesi con migliaia di soldati: dopo giorni confusi di tensioni e ultimatum, infatti, il dittatore fascista Benito Mussolini aveva ordinato l’occupazione dell’Albania, territorio adriatico che considerava strategico. L’invasione fu il risultato di anni di pressioni e di lavoro diplomatico, e fu una specie di passeggiata per l’esercito italiano, straordinariamente più numeroso ed equipaggiato di quello albanese. Nelle stesse ore il re albanese Zog I fuggiva con la famiglia in Grecia, dopo aver fallito nel tentativo di impedire l’annessione italiana. Era l’inizio di una occupazione che sarebbe stata meno ricordata di altre, ma che causò anni di violenza e sofferenza in Albania. Sarebbe finita con la conclusione della Seconda guerra mondiale e avrebbe causato quasi 30mila morti, decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, centinaia di villaggi distrutti. Ma ci furono gravi conseguenze anche sui già precari equilibri etnici di una regione, i Balcani, che una cinquantina di anni dopo avrebbe fatto i conti con le tensioni e le ferite aperte di un tessuto demografico profondamente instabile.
Nel 1920 due diversi trattati segnarono la concessione dell’indipendenza all’Albania e il ritiro delle truppe italiane, che rimasero stanziate soltanto sull’isolotto di Saseno, per controllare il canale di Otranto. Ma con la presa del potere del fascismo e di Mussolini, le ambizioni espansionistiche italiane sull’Albania si riaccesero. A partire dal 1925, il governo fascista cominciò a stipulare accordi diplomatici con il neoeletto presidente Ahmed Zog, che nel 1928 si autoproclamò re con un colpo di stato. L’Italia mirava a prendere il controllo dell’Albania in funzione anti-jugoslava e nell’ambito del più ampio progetto coloniale fascista. Il rapporto tra Zog e il fascismo fu fatto di collaborazioni e di tensioni, ma pian piano l’influenza italiana sul paese si fece sempre più pressante: nel decennio successivo Mussolini ottenne il sostanziale controllo delle risorse e dell’economia del paese, e introdusse l’insegnamento obbligatorio dell’italiano nelle scuole. La popolazione albanese infatti era in agitazione, e non fu placata dalla notizia della nascita di un figlio di Zog: il 6 aprile su Tirana e Durazzo volarono i primi aerei italiani che distribuirono dei volantini che intimavano la sottomissione. Zog annunciò l’inizio della risposta militare albanese, ma quando il giorno successivo l’esercito italiano sbarcò nelle principali città portuali albanesi quasi non incontrò resistenza. L’esercito albanese contava su circa 15mila soldati, contro le diverse decine di migliaia di soldati italiani che parteciparono alla campagna. Gli albanesi organizzarono una tenace resistenza sulle montagne preferendo lasciare indifese le città, ma anche questo tentativo durò poco Nel giro di poche ore l’esercito italiano controllava tutte le principali città portuali, e Zog fuggì in esilio in Grecia, mentre la mattina dell’8 aprile le truppe italiane entrarono a Tirana. Entro sera era stata conquistata anche Scutari, nel nord, insieme alle città di Fier ed Elbasan. Il 12 aprile il parlamento albanese votò un nuovo governo voluto dall’Italia e l’Albania divenne un protettorato italiano che rispondeva al re Vittorio Emanuele III. La resistenza partigiana albanese, prevalentemente comunista e nazionalista, fu inizialmente poco efficace per la scarsa preparazione e il pessimo equipaggiamento. Con i progressivi fallimenti dell’occupazione italiana, però, poté contare sempre più sul malcontento popolare e sulle diserzioni, a cui i fascisti risposero con rastrellamenti e sanguinose repressioni. Una delle operazioni più tragiche fu quella del luglio del 1943 vicino a Mallakasha, nella quale furono massacrati centinaia di civili.
grazie a: ilpost.it, 7 aprile 2019 |
