
Nella tarda serata dell’8 maggio 1945 i tre rappresentanti delle forze armate della Wehrmacht firmarono davanti ai delegati dei governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, dell’Unione Sovietica e della Francia, l’atto di resa incondizionata della Germania nazista che pose formalmente fine alla seconda guerra mondiale in Europa.
A causa del fuso orario la notizia di quanto accaduto a Berlino raggiunse Mosca nella mattina del giorno seguente, il 9, che divenne per i sovietici prima e per i russi ancora oggi la data di celebrazione della vittoria, una festa nazionale molto sentita dalla popolazione in ricordo dei circa 25 milioni di caduti sovietici su di un totale di 60 milioni circa. Questa sfasatura temporale è dovuta in realtà alla sottoscrizione di due, distinti trattati di resa. A Reims, città del Nord-Est della Francia, il 7 maggio alle 2:45 di notte, infatti, il generale tedesco Alfred Jodl aveva firmato la resa “di tutte le forze terrestri, navali e aeree che sono a questa data sotto il controllo tedesco”. La notizia si diffuse rapidamente. Uno Stalin furioso, però, contestò la legittimità di quest’atto pretendendo che fosse firmata una seconda resa, perché voleva simbolicamente che la Germania si arrendesse nella sua capitale, Berlino, occupata dai sovietici. La seconda e definitiva resa avvenne dunque nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1945 nel quartiere berlinese di Karlshorst. Il generale tedesco Wilhelm Keitel finì di firmare le nove copie del documento di resa incondizionata alle 23:01. A Mosca era già il 9 maggio. Per via di questa differenza temporale, in molti paesi occidentali la “Festa della Vittoria” è celebrata l’8 maggio, mentre nell’Europa orientale le celebrazioni si svolgono il giorno dopo.
Per vedere la fine completa del conflitto bellico globale si sarebbe però dovuto attendere il 2 settembre 1945, con l’atto di resa del Giappone dopo il primo uso nella storia della bomba atomica sganciata a Hiroshima il 6 agosto e tre giorni dopo a Nagasaki.
Le battaglie finali nel teatro europeo della seconda guerra mondiale si combatterono tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio del 1945. La più ricordata nei libri di storia è ovviamente la “battaglia di Berlino”, immortalata dalla fotografia della bandiera rossa, simbolo della vittoria dell’Armata rossa, innalzata il 30 aprile alle 22:50 sul tetto del Reichstag, il Parlamento tedesco. Tra le 15:15 e le 15:30 dello stesso giorno si era consumato, nel bunker della Cancelleria, l’atto finale della dittatura nazista, con il suicidio di Adolf Hitler e della sua compagna Eva Braun. Il Führer, in preda al suo ultimo delirio di onnipotenza e indisponibile ad accettare qualsivoglia di forma di resa agli odiati nemici, il 29 aprile del 1945, alle 4 del mattino, vergò il suo testamento, con cui, in primo luogo, spogliò di tutti gli onori, con l’accusa di alto tradimento, due dei gerarchi a lui più vicini: Hermann Göring, erede designato, e Heinrich Himmler. Sdoppiando le cariche che aveva forzosamente unito nel 1934, Hitler nominò presidente del Reich, l’ammiraglio Karl Dönitz e nuovo Cancelliere, Joseph Goebbels, fino ad allora potente ministro della propaganda e “costruttore instancabile e bugiardo della narrazione nazista”. Ebbe così inizio il governo di Goebbels, durato una trentina di ore soltanto, di cui c’è scarsa traccia nei libri di storia e a cui due anni fa Giovanni Mari ha dedicato una attenta ricostruzione nel libro “Il governo Goebbels. Trenta ore di morte e menzogne”, edito da Lindau. Mentre Dönitz, che aveva, insieme ad Albert Speer, il suo quartier generale a Plön, nel Nord della Germania, rimase inizialmente all’oscuro del suo nuovo incarico, Goebbels, alla morte di Hitler, prese immediatamente possesso delle stanze del rifugio costruito sotto la Nuova Cancelleria, occupate fino a qualche ora prima dal capo di un Reich accerchiato e senza possibilità di vittoria nonostante potesse disporre ancora di circa 3 milioni di soldati, sparsi nei vari teatri di guerra. Giova ricordare che a causa dell’ostinazione di Hitler e dei gerarchi nazisti nel non accettare la realtà della sconfitta dopo il fallimento dell’Operazione Barbarossa, quasi la metà (2,6 su di un totale di 5,3 milioni) dei soldati germanici caduti morì nell’ultimo anno di guerra. I numeri non riescono però a descrivere la distruzione totale, l’immane spargimento di sangue e la lotta casa per casa, strada per strada, delle ultime ore della Berlino in cui si svolse la fallita trattativa tra il governo Goebbels e quello dell’Unione Sovietica di Stalin, per il tramite dei generali dell’Armata rossa con a capo il generale Ciuikov, e poi la resa definitiva l’8 maggio 1945.
Tra i gerarchi nazisti e i comandi militari tedeschi era iniziata a maturare l’idea che la strenua difesa di Berlino potesse essere funzionale all’obiettivo di cadere prigionieri non dei sovietici, nemici di sempre, ma degli angloamericani. A sorpresa, e tradendo immediatamente le ultime volontà di Hitler, Goebbels si mosse per avviare una trattativa (senza capitolazione) con i comandi militari dei sovietici assedianti. La proposta era quella di una tregua per consentire il ricongiungimento con il presidente Dönitz, il riconoscimento del nuovo governo tedesco e il conseguente accordo per la cessazione delle ostilità. La risposta dei sovietici, dettata da Stalin in persona, fu netta: capitolazione incondizionata, nessuna trattativa separata come concordato a suo tempo con gli alleati angloamericani. Una soluzione inaccettabile per Goebbels, che decise di seguire l’esempio del suo Führer. Il 1° maggio 1945, poco dopo le 21:00, dopo aver tolto la vita ai loro sei figli innocenti, tutti con un nome con l’iniziale “H” in onore di Hitler, Goebbels e la moglie posero volontariamente fine alla loro esistenza. I loro corpi furono bruciati come quelli di Hitler e Eva Braun.
La lealtà di Stalin nel non accettare una pace separata con quel che rimaneva della Germania nazista spiega la sua ostinata volontà di far firmare la resa incondizionata decisa a suo tempo con gli alleati angloamericani a Berlino, la capitale del Reich. In realtà, con la sconfitta dei tedeschi nella battaglia di Stalingrado (17 luglio 1942 - 2 febbraio 1943), una delle più cruente della seconda guerra mondiale, che decretò il fallimento dell’Operazione Barbarossa, i destini del conflitto bellico apparvero segnati. La sconfitta di Hitler divenne solo questione di tempo e al centro delle relazioni diplomatiche e militari tra gli alleati si collocò il destino della Germania.
L’attacco a uno dei paesi dell’Asse, iniziato con la campagna d’Italia nel luglio 1943, fortemente voluta dagli inglesi con gli statunitensi maggiormente propensi a uno sbarco in Francia, rappresentò una sorta di prova generale per la complessa gestione militare e civile della vittoria. Sono state ritrovate tracce di progetti di divisione in quattro dell’Italia, un destino che fu scongiurato anche per il contributo dato dalla Resistenza alla liberazione del paese.
La scelta compiuta da Roosevelt, Churchill e Stalin fu quella di utilizzare lo strumento della resa incondizionata e della successiva divisione della nazione tedesca in quattro zone di occupazione militare: francese a Sud-Ovest, britannica a Nord-Ovest, statunitense a Sud e sovietica a Est. Anni dopo si sarebbe arrivati alle due Germanie: la Repubblica federale tedesca (RFT) e la Repubblica democratica tedesca (DDR), con la costruzione nel 1961 del muro che avrebbe diviso in due l’antica capitale del Reich fino al 1989 in Berlino Ovest e Berlino Est.
La spartizione territoriale della nazione sconfitta venne formalizzata nella Conferenza di Potsdam (17 luglio - 2 agosto 1945), convocata per la gestione del dopoguerra. In quella occasione furono anche stabiliti i nuovi confini tra la Polonia e la Germania, il che determinò un flusso di oltre 10 milioni di profughi tedeschi, anche in conseguenza della loro espulsione dall’Ungheria e dalla Cecoslovacchia. A Potsdam più ancora che a Yalta (4-11 febbraio 1945) si gettarono, quindi, le basi delle aree di influenza e, in definitiva, della lunga stagione della guerra fredda che si sarebbe conclusa nel 1989 con il crollo dell’impero sovietico.
Dietro le quinte, dalla seconda metà del 1943 iniziarono anche a operare le agenzie di intelligence inglesi e americane, con l’obiettivo di ricostruire reti spionistiche in funzione degli scenari futuri in cui il nuovo nemico dell’Occidente sarebbe diventato l’espansionismo del comunismo di matrice sovietica. Negli ultimi, lunghi, mesi della guerra, quindi, se da un lato gli alleati anglo-americani combattevano fianco a fianco con l’Armata rossa per chiudere a tenaglia l’esercito tedesco, dall’altro si arruolavano elementi utili alla “nuova guerra”, come nel caso della rete Gehlen, il capo del controspionaggio tedesco sul fronte orientale che, passato al servizio degli americani nel 1956, sarebbe diventato il direttore dei servizi segreti della Germania federale, come recentemente raccontato dallo storico Danny Orbach nel suo libro “Fuggitivi. Mercenari nazisti nella guerra fredda”.
Seguendo una strategia simile, in Italia, dopo la liberazione di Roma nel giugno 1944, iniziò a operare nella capitale una struttura dell’OSS, il servizio segreto militare USA, progenitrice della CIA, diretta da James Jesus Angleton, che iniziò a reclutare uomini degli apparati di sicurezza e militari fascisti in funzione anticomunista, che così riuscirono a passare indenni l’epurazione e divennero la colonna portante dell’intelligence della Repubblica dopo la fine della guerra. L’8-9 maggio 1945 è, dunque, una data con una doppia valenza. Se essa ha segnato l’epilogo della guerra iniziata da Hitler nel 1939 con tutto il suo portato di morti, distruzione, insieme all’unicità dell’Olocausto, allo stesso modo può essere considerata come l’inizio di un dopoguerra che sarebbe stato caratterizzato da un durissimo scontro politico, ideologico e militare durato oltre quarant’anni tra l’Occidente e il comunismo sovietico, pur in presenza del lascito positivo delle organizzazioni internazionali, a cominciare dall’ONU. Le stesse che sono adesso messe radicalmente in discussione dalle logiche neo-imperiali russo-americane che stanno stravolgendo le tradizionali relazioni tra gli stessi e le stesse fondamenta del diritto internazionale.
di Federico Fornaro
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