Matteo Scognamiglio
Edgar Morin
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“Le lezioni della storia” di Edgar Morin: pensare la complessità del tempo
In un’epoca saturata da promesse tecnologiche, intelligenze artificiali e algoritmi predittivi, l’imprevedibile resta la condizione della stessa libertà.
Edgar Morin non ha soltanto riflettuto sulla Storia. L’ha anche vissuta. Non sorprende, in questo senso, che un secolo di vita conduca a porsi una domanda così radicale: è possibile trarre lezioni dalla storia? In un’epoca in cui il mondo è entrato in una nuova fase di turbamenti, fatta di guerre, sconvolgimenti climatici e incertezze politiche, il sociologo e filosofo francese, teorico del pensiero complesso e autore di Il Metodo – la sua opera maggiore, in sei volumi – si interroga, in questo breve saggio, sulla possibilità stessa di apprendere dal passato. Le lezioni della storia (traduzione di Alessandro Mola, Garzanti, 2025) concentra infatti un’intera vita di osservazioni, esperienze e dubbi in sedici “lezioni” che, in realtà, non sono lezioni nel senso convenzionale, ma piuttosto risvegli, contro-certezze e ammonimenti contro ogni presunzione di poter dominare il senso del tempo.
Le lezioni della storia colpiscono innanzitutto per la loro apparente semplicità. Alcuni titoli di queste “lezioni” potrebbero sembrare quasi naïf, persino semplicistici a prima vista (“Il risultato di un’azione può essere contrario alla sua prima intenzione”; “L’improbabile può avvenire”). Ma questa impressione iniziale è volutamente ingannevole: la profondità e la densità analitica si dispiegano pienamente nello sviluppo di ciascuna meditazione, rivelando un pensiero rigoroso che trasforma queste massime apparentemente ovvie in veri strumenti di interpretazione storica. In questo senso, la scelta del traduttore di rendere il titolo, originariamente una domanda (Y a-t-il des leçons de l’Histoire??), in un’affermazione (Le lezioni della storia) conferisce grande senso all’opera.
Pensare la storia
La storia, scrive Morin, non obbedisce né a leggi né a direzioni prefissate. Avanza nella contraddizione, sotto il segno dell’imprevedibile. Da questa constatazione trae del resto la prima lezione del libro, appresa dal suo maestro Georges Lefebvre, illustre storico della Rivoluzione francese e professore alla Sorbona: Il risultato di un’azione può essere contrario alla sua prima intenzione. Questo postulato, che Morin ha poi approfondito e sviluppato sotto il termine di “ecologia dell’azione”, porta il sociologo a concepire la Storia come un sistema di interazioni in cui ogni decisione, diffondendosi in un contesto incerto, finisce per sfuggire ai suoi autori. Lontana da ogni lettura teleologica, la Storia viene qui presentata come un tessuto di ambivalenze: la Rivoluzione ha generato anche il Terrore; un popolo perseguitato può diventare persecutore; le trasformazioni sociali possono produrre esiti contrari alle intenzioni originarie. In un certo senso, Edgar Morin si oppone qui alla tradizione positivista ma anche, in parte, al marxismo ortodosso di cui fu un tempo vicino: la Storia non si dispiega secondo leggi orientate al progresso; si contraddice, si ribalta, si reinventa spesso nell’improbabile.
L’intelligenza del tragico
Ed è proprio in questo riconoscimento dell’imprevedibile che risiede la linfa vitale del pensiero e della saggezza moriniana. Perché sì, l’improbabile può accadere: Atene sconfigge la Persia, l’Urss crolla senza guerra, alcune vittime di ieri diventano i carnefici di oggi. Questi ribaltamenti, lungi dal nutrire istanze relativiste, fondano un’etica della lucidità. Pensare storicamente, per Morin, non significa trarre lezioni, ma imparare a vivere con l’incertezza: accettare la fragilità del senso senza rinunciare alla comprensione.
La particolarità di questa prospettiva risiede soprattutto nella duplice esigenza di complessità e auto-osservazione. Storico, pensatore, cittadino devono interrogarsi sulla propria posizione: “Nessuna osservazione è valida senza auto-osservazione”. Questo principio, oggi più che mai, contrasta con molti discorsi e pratiche tecnocratiche e mediatiche che pretendono di parlare “da nessun luogo”, da una posizione priva di bias e di ideologia. Morin ci ricorda qui che ogni conoscenza è situata e che pensare significa sempre pensarsi come pensante.
Il disincanto del progresso?
Uno dei passaggi più significativi e incisivi del saggio riguarda la fede moderna – quasi religiosa – nel progresso. Morin mostra come lo sviluppo scientifico e tecnico non abbia prodotto alcun progresso morale: Auschwitz, Hiroshima, Gaza ne sono la tragica prova. La razionalità che ordina i mezzi non garantisce alcuna finalità etica. Al contrario, può persino trasformarsi in strumento di barbarie. In questo senso, lo si potrebbe avvicinare, sotto certi aspetti, alla Dialettica dell’illuminismo di Adorno e Horkheimer, con la differenza che Morin ne trae una conseguenza più umanista. Per lui, l’unico progresso desiderabile è quello della comprensione: comprensione degli altri, della complessità del mondo, della comunità di destino che lega gli esseri umani e il pianeta. In un’epoca saturata da promesse tecnologiche, intelligenze artificiali e algoritmi predittivi, questa idea acquista una risonanza particolare: l’imprevedibile, che la tecnica vorrebbe eliminare, resta la condizione stessa della libertà.
Morin, oggi: per un umanesimo senza illusioni né ingenuità
L’interesse de Le lezioni della storia non risiede soltanto nella memoria e nella saggezza di un secolo di vita, osservazioni e impegno, ma soprattutto nel modo in cui Morin affronta il nostro presente. Il suo pensiero illumina ciò che egli ha teorizzato come “policrisi”, cioè l’intreccio di crisi ecologiche, politiche e sociali in cui ogni soluzione genera nuovi disordini. In un’epoca in cui tutto tende a polarizzarsi e semplificarsi, il suo “pensiero complesso” non è più soltanto un metodo, ma anche un’etica intellettuale. Un’etica della modestia e della lucidità: riconoscere che ogni fenomeno è relativo a un contesto, che nessuna conoscenza è totale o assoluta, e che nessuna previsione è certa. Ovviamente, si potrebbe forse rimproverare a Edgar Morin una certa fiducia eccessiva nella “comprensione”, concetto fragile e talvolta ingenuo di fronte alla brutalità del mondo. Ma è proprio questa postura e questa fiducia a costituire la forza della posizione del filosofo e sociologo: Morin non cerca né di salvare né di consolare; invita semplicemente a restare lucidi, cioè a mantenere viva la coscienza del tragico senza rinunciare al pensiero.
Un pensiero di fronte al disordine del mondo
In fondo, il libro di Edgar Morin non è tanto un trattato di Storia quanto una meditazione sulla condizione umana. Vi fa dialogare epoche diverse, concetti differenti, eventi disparati per mostrare che le civiltà, come gli individui, vivono nella tensione tra ragione e irragionevolezza, umanità e disumanizzazione. In un’epoca in cui le società occidentali riscoprono il tragico (odio, chiusura identitaria, ritorno della guerra, sconvolgimenti climatici…), il pensiero di Morin funge da richiamo: comprendere non basta, ma senza comprensione tutto si ripete. Pensare la Storia significa dunque rifiutare tanto la disperazione quanto l’ingenuità. Significa accettare il caos senza smettere di cercare senso. Questa è, in fondo, la lezione paradossale di Edgar Morin: la Storia non offre lezioni, ma esige vigilanza dello sguardo, tenerezza del giudizio, intelligenza del tragico.
grazie a: Micromega, 11 Novembre 2025 |