Costanzo Preve *
Il testamento filosofico
di Lukács |
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György de Szeged Lukàcs (Budapest
1885-1971), proveniva da una famiglia della piccola nobiltà
ungherese e fece i suoi primi studi nella città natale,
completandoli poi all'Università di Berlino. Nel 1908 diede
vita con S. Hevesi e L. Banoczy a un teatro libero e nel 1912
fu premiato per lo scritto Storia dello sviluppo del dramma
moderno. Negli anni precedenti la I guerra mondiale visse
quasi sempre in Germania: nel 1912 si stabilì a Heidelberg,
dove seguì le lezioni di H. Rickert e strinse amicizia
con Max Weber e F. Gundolf. Frutto degli studi di questi anni
furono la raccolta di saggi Die Seele und die Formen (1911; L'anima e le forme) e Die Theorie des Romans (1915;
La teoria del romanzo), lavori giovanili che risentono di un hegelismo
risolto in chiave "tragica".
Ma lo scoppio della I guerra
mondiale e quello della Rivoluzione russa provocarono in Lukàcs
una crisi spirituale e politica: nel 1918 entrò nel Partito
Comunista d'Ungheria e nel 1919 partecipò al governo della
Repubblica ungherese dei consigli, alla cui caduta, condannato
a morte dal dittatore Horthy, si rifugiò a Vienna e quindi
a Berlino, dove pubblicò Geschichte und Klassenbewusstsein (1923; Storia e coscienza di classe), testo capostipite del "marxismo
occidentale" per la caratteristica interpretazione della
dialettica come contraddizione soggetto-oggetto e della storia
come lotta contro l'alienazione, per la realizzazione dell'essenza
umana e per il rifiuto dell'ontologia materialista e della dialettica
della natura.
Nel 1930-31 collaborò con l'Istituto Marx-Engels-Lenin
di Mosca; nel 1932-33 fu a Berlino a lottare con gli intellettuali
antifascisti contro la minaccia nazista. Superato l'estremismo
idealista, Lukàcs aderì alla strategia dei fronti
popolari e lavorò (a Mosca dal 1933 e a Budapest dal dopoguerra)
per il trionfo del razionalismo e dell'umanesimo socialista, con
una produzione culminata in Der junge Hegel (1948; Il
giovane Hegel), Existentialisme ou marxisme? (1948) e Die Zerstörung der Vernunft (1954; La distruzione
della ragione), vasta e originale denuncia dell'involuzione reazionaria
della filosofia borghese dal 1848 a oggi.
Dopo l'episodio della partecipazione al governo Nagy nel 1956,
fu deportato in Romania e rientrò in patria l'anno dopo.
Lukàcs attese fra l'altro a una Ontologia dell'essere
sociale, incompiuta (1976, postuma), i cui motivi sono anticipati
in Gespräche mit Georg Lukács (1967; Conversazioni
con Lukàcs), che reca il segno di una caduta nel determinismo
meccanicistico, mal corretto da un generico appello all'impegno
etico individuale. La monumentale Aesthetik (1963) raccoglie
e sviluppa principi espressi in molti importanti saggi di critica
letteraria, pubblicati in un arco di vari decenni, e si fonda
sull'attribuzione all'arte, in quanto "rispecchiamento estetico",
di una funzione eminentemente conoscitiva.
Il realismo (Saggi sul realismo, 1946), non è
per Lukàcs un modo possibile di fare arte, ma il presupposto
necessario per la validità di ogni opera: da ciò
il ripudio sia dell'avanguardia sia del "romanticismo rivoluzionario"
della poetica sovietica. Tra le altre opere: Karl Marx und
Friedrich Engels als Literaturhistoriker (1948, Il marxismo
e la critica letteraria), Skizze einer Geschichte der neueren
deutschen Literatur (1953, Breve storia della letteratura
tedesca dal Settecento a oggi), Über die Kategorie der
Besonderheit (1957, Prolegomeni a un'estetica marxista).
1. Nel 2001 è caduto l'anniversario della
morte di Georg Lukács (in ungherese Lukács György,
prima il cognome e poi il nome), vissuto fra il 1885 ed il 1971.
A trent'anni dalla sua morte, di Lukács non si parla praticamente
più, come se la storia avesse definitivamente cancellato
il suo pensiero. Ma non è così. La storia non cancella
mai niente per sempre, ma solo congiunturalmente. In questa congiuntura
storica il dominio del pensiero unico della globalizzazione capitalistica
sembra invincibile, anche perché sono state pienamente
normalizzate in senso conformistico le due categorie strategiche
del nuovo clero deputato alla riproduzione allargata della legittimazione
ideologica capitalistica, i giornalisti ed i professori universitari.
Ma le congiunture storiche possono cambiare. Solo i coglioni credono
veramente alla fine della storia. Lukács merita ampiamente
di essere ricordato, ed è esattamente quello che farò
in questo intervento.
2. Lukács è stato un politico
intelligente e coraggioso, un critico letterario di prima grandezza,
ed infine uno storico della filosofia stimolante e provocatorio.
Per ragioni di spazio, tuttavia, non mi soffermerò su questi
tre aspetti, che pure meriterebbero di essere esaminati. Voglio
invece concentrarmi sul Lukács filosofo marxista. A mio
avviso, e lo dico subito, Lukács è stato il più
grande filosofo marxista del novecento. Mi rendo perfettamente
conto che una simile affermazione è indimostrabile, perché
la filosofia non è una scienza esatta (per fortuna), e
quindi non si possono applicare quei parametri matematici e sperimentali
che generalmente giustificano le attribuzioni di primato. La filosofia
non distribuisce Oscar Hollywoodiani, e non vi sono in filosofia
hit parade come per le canzoni di successo. Ma voglio comunque
portare nel prosieguo del mio discorso alcuni argomenti razionali
per giustificare questo mio impegnativo giudizio, per cui Lukács
è stato il più grande, ed a mio avviso insuperato,
filosofo marxista del novecento. Prego il lettore di riflettere
su questi argomenti, perché è impossibile aprire
una discussione se prima non si è avuto il coraggio di
introdurre una tesi chiara, magari un po' "sbilanciata".
La discussione è sempre discussione su tesi, ed in caso
contrario è solo fatua chiacchiera narcisistica.
3. Naturalmente, so bene che nel novecento ci
sono stati molti altri grandi filosofi marxisti. Faccio qui solo
quattro esempi fra i molti possibili. Antonio Gramsci ha portato
un grande contributo per legittimare teoricamente il senso comune
prefilosofico della cultura popolare, e nello stesso tempo per
mostrarne l'irresistibile deriva metafisica ed illusoria. Louis
Althusser ha portato un grande contributo per ripulire della zavorra
metafisica che le aveva incorporate e soffocate le categorie principali
del materialismo storico marxiano. Theodor W. Adorno ha portato
un grande contributo per mostrare le tendenze totalitarie, postdemocratiche
e postliberali, dello stesso capitalismo occidentale maturo, e
questo del tutto indipendentemente dalla contrapposizione al socialismo
reale e al comunismo storico novecentesco. Ernst Bloch ha portato
un grande contributo nell'allargare le fonti filosofiche del materialismo
storico al giusnaturalismo rivoluzionario ed al messianesimo religioso,
andando ben al di là della solita filosofia classica tedesca
e della solita economia politica inglese. A questi nomi potrei
ovviamente aggiungere anche Jean-Paul Sartre, che ha mostrato
in che modo l'originario progetto rivoluzionario si serializzi
e si pietrifichi in strutture anonime di autoriproduzione impersonali,
ed un Galvano Della Volpe, che ha perseguito il programma di una
trascrizione del marxismo in una scienza empirica di tipo galileiano.
E si potrebbe ancora continuare.
Tuttavia, resto sempre convinto
dell'idea che Lukács appartiene ad una categoria superiore,
assolutamente unica. Solo Lukács, infatti, ha veramente
messo a fuoco il fatto che la filosofia marxista, se ha un oggetto
specifico, ha il compito di evidenziare le categorie teoriche
con cui viene prima pensata e poi concettualizzata la rivoluzione
comunista contemporanea, o più esattamente la vera e propria
transizione modale fra il modo di produzione capitalistico ed
il comunismo. Althusser, Gramsci, Adorno, Bloch, Della Volpe e
Sartre hanno lavorato su temi particolari, mentre invece Lukács
ha proprio mirato al centro della questione. Come è possibile
pensare filosoficamente la rivoluzione comunista ed il comunismo?
Come è possibile fornire un adeguato spazio di pensabilità
teorica ad un processo storico che non si è già
compiuto, ma che è ancora in corso, ed il cui bilancio
storico è ancora impossibile? Come è possibile,
infine, trasformare la prospettiva del comunismo da semplice immagine
mitica e da illusorio presupposto teleologico (e quindi solo grande-narrativo,
ideologico-religioso, spinozianamente solo immaginario) in qualcosa
di convincente, concreto e pertinente? Lukács si è
impegnato onestamente in questo compito, ed a trent'anni dalla
sua morte non ho nessuna intenzione di dimenticarlo per il semplice
fatto che "non è più di moda" presso i
superficiali ed i conformisti.
4. Quando Lenin morì nel 1924, Lukács
ne diede un'interpretazione filosofica che a mio avviso resta
tuttora valida. Secondo Lukács Lenin rappresentava al più
alto grado "l'attualità della rivoluzione", il
fatto che dopo la prima guerra mondiale ed il macello mondiale
imperialistico la rivoluzione comunista è ormai storicamente
attuale, e non bisogna continuare a suonare l'organetto dell'interminabile
attesa della maturazione delle forze produttive, della tecnologia
e della crescita della cultura popolare delle masse subalterne.
In questo modo Lukács rompeva in modo irreversibile non
solo con alcuni pensatori di tipo "evoluzionistico"
(Karl Kautsky prima di tutto), ma con l'intero modo di pensare
della sinistra del tempo. Nello stesso tempo e con lo stesso movimento
del pensiero, Lukács capiva perfettamente che la riaffermazione
dell'attualità della rivoluzione comunista resta un'inutile
petizione di principio, se questa attualità è pensata
e praticata in modo stabilmente settario e minoritario. É allora
necessario pensare l'attualità della rivoluzione comunista
insieme con la prospettiva di una sua natura almeno potenzialmente
maggioritaria ed egemonica. Si tratta, come appare chiaro, dello
stesso nucleo teorico di Antonio Gramsci, che sostiene anche lui
l'opportunità e la legittimità di una Rivoluzione
contro il Capitale (di Marx, interpretato come una bibbia evoluzionistica
e gradualistica) e la necessità di una egemonia e non di
una semplice costrizione. Ma questi temi sono svolti in Lukács
con una maggiore capacità sistematica, e la capacità
sistematica è a mio avviso la cartina al tornasole per
giudicare la qualità di una filosofia.
5. Si abbia dunque ben presente nella lettura
di questo mio articolo il punto filosofico essenziale della filosofia
di Lukács: attualità storica della rivoluzione comunista,
e contestualmente necessità di pensarla in modo non settario
e non minoritario. In filosofia, questo si chiama problema dell'universalismo
reale, il fatto cioè che l'inizio di un processo storico
dialettico può essere geneticamente particolare (il punto
di vista della classe operaia e proletaria), ma l'esito di questo
processo storico dialettico deve essere dotato di validità
universalistica, riguardare dunque l'intera umanità mondializzata
(ho detto mondializzata, non certo globalizzata dall'economia
capitalistica, dal momento che la globalizzazione per sua stessa
natura non è e non può essere un processo storico
universalistico, ma è anzi basata sull'approfondimento
delle disuguaglianze). Questo è a mio avviso il codice
genetico di una vera filosofia marxista, che si può anche
sintetizzare in tre termini successivi: affermazione dell'attualità
storica di una rivoluzione anticapitalistica, superamento della
sua fase iniziale necessariamente settaria e minoritaria, proseguimento
progressivo e cosciente della sua universalizzazione reale.
6. La caratteristica di Lukács è
quella di aver fornito, a distanza di quasi quarant'anni, due
formulazioni diversissime di un modello teorico di filosofia
marxista, in cui il secondo paradigma deve essere interpretativo
come risultato di una profonda autocritica immanente del primo.
Si tratta, come
è noto, del primo paradigma degli Anni Venti esposto in Storia e Coscienza di Classe, e del secondo paradigma
degli Anni Sessanta esposto nelle diverse formulazioni dell'Ontologia dell'Essere Sociale. Non c'è nulla di strano
nel fatto che lo stesso autore proponga nel corso della sua
vita due modelli teorici diversi. Si pensi solo a Sigmund Freud,
ed alle due topiche successive del modello psicoanalitico.
É anche
giusto, anche se del tutto evidente, ricordare che in Storia
e Coscienza di Classe si riflette
teoricamente il carattere messianico ed ottimistico del comunismo
degli Anni Venti, mentre nella Ontologia
dell'Essere Sociale è
presente l'inevitabile metabolizzazione della delusione staliniana
e della sensazione di blocco e di crisi del processo rivoluzionario.
Sarebbe sciocco se una grande opera filosofica non rispecchiasse
anche le attese, le illusioni e le consapevolezze diffuse del
tempo. É invece sciocco, e si tratta di una sciocchezza
diffusa nella storiografia lucacciana secondaria, interpretare
il primo paradigma come estremistico ed il secondo come accademico,
eccetera. Garantisco al lettore che mi terrò lontano
da questa idiozia. Da un punto di vista strettamente teorico,
sia il modello degli Anni Venti sia il modello degli Anni Sessanta
sono ispirati a sistemi filosofici presenti nella cultura accademica
di lingua tedesca. Nel primo caso, il caso di Storia
e Coscienza di Classe, si tratta di Max Weber e della sua teoria della
coscienza "attribuita"
(zugerechnete), cioè costruita attraverso un modello idealtipico
volutamente astratto. Nel secondo caso, il caso della Ontologia
dell'Essere Sociale, si tratta di Nicolai Hartmann e della sua
teoria dei livelli ontologici specifici e irriducibili delle
due distinte realtà naturali e sociali (teoria già anticipata
dal francese Boutroux). Ma sarebbe errato dire che questi due
modelli hanno origini semplicemente accademiche, e rientrano
in un marxismo universitario staccato dalla lotta di classe.
Non
è affatto così, perché in entrambi i casi
Lukács è stato un intellettuale militante, che
ha incorporato in una sintesi marxista le più avanzate
sintesi teoriche dell'epoca.
7. Colgo qui l'occasione per sconsigliare
decisamente e con durezza ogni stupida classificazione del
marxismo novecentesco storicamente dato nelle due categorie
di "marxismo
orientale" e di "marxismo occidentale". Certo,
so bene che con questi due termini si intende distinguere da
un lato, il marxismo sovietico costruito sulla base del materialismo
dialettico di origine engelsiana (marxismo orientale), e dall'altro
una galassia eretica di marxismi filosofici basati sulla categoria
di prassi (da Korsch a Gramsci). Sulla base di questa classificazione
Lukács è ovviamente uno degli esponenti del marxismo
occidentale. Ma non bisogna dimenticare mai che il marxismo
deve essere storiograficamente concepito come un fenomeno unitario,
sia pure ovviamente plurale e differenziato, e che ogni classificazione
geografica è semplicemente ingannevole. Lukács
stesso agisce geograficamente in Oriente, pur essendo sostenitore
del cosiddetto marxismo occidentale, mentre ad esempio Ludovico
Geymonat ha agito in Occidente, pur essendo sostenitore del
cosiddetto marxismo orientale. É meglio allora lasciar
perdere questa assurda dicotomia geografica, per tornare ad
una concezione unitaria della storia teorica del marxismo,
le cui sintesi devono essere valutate caso per caso in base
a criteri teorici, e non in base a criteri geografici.
8. Bisogna dunque affrontare direttamente il problema della filosofia,
o meglio dei due paradigmi filosofici di Lukács,
non dimenticando mai che il secondo deriva dialetticamente da
una autocritica immanente del primo. Solo in questo modo si
potranno portare argomenti a sostegno della impegnativa tesi,
per cui Lukács
è stato il più grande filosofo marxista del novecento.
Prima, però, desidero fare ancora due importanti incisi,
decisivi per capire la natura del marxismo di Lukács.
Si tratta della segnalazione di due principi ispiratori di
Lukács,
il principio di internità politica al movimento comunista
storico dato, ed il principio di riformabilità interna
dello stesso movimento comunista, pur nella piena consapevolezza
dei guasti portati da Stalin. I due principi sono ovviamente
connessi, e sono in realtà un solo principio: si resta
ad ogni costo interni ad un movimento politico, perché si
ritiene che esso possa essere storicamente riformabile. Li
tratterò
separatamente solo per comodità espositiva, perché
sta estinguendosi in questi anni la generazione che li ha vissuti,
mentre per un giovane questa compresenza tragica rischia di
essere del tutto incomprensibile.
9. Lukács entrò a
far parte del movimento comunista nel 1919, l'anno della rivoluzione
ungherese dei consigli, e ci rimase fino alla morte avvenuta
nel 1971.
Egli visse quindi da comunista buona parte del novecento,
nelle quattro fasi storiche successive del leninismo, del pre-stalinismo,
dello stalinismo vero e proprio, ed infine del post-stalinismo.
Queste quattro fasi sono in realtà dominate da quella
storicamente decisiva, cioè dallo stalinismo. Esiste
una tendenza storiografica, dal francese Bourdet all'ungherese
Fejto, che sostiene che Lukács
fu uno stalinista organico, o quanto meno una sorta di "gesuita
della rivoluzione", un Naphta alla Thomas Mann, un intellettuale
organico allo stalinismo sotto l'apparenza di una propria indipendenza
di pensiero. Non voglio entrare nei dettagli di questa complicata
questione storiografica, ma la mia opinione in proposito è
diversa. Come scrisse a suo tempo la sua allieva Agnes Heller,
lo stalinismo di Lukács non fu mai organico, perché
l'essere staliniani non consiste nel condividere alcune scelte
politiche di Stalin (il socialismo in un solo paese, i fronti
popolari, eccetera), ma consiste nell'acquisire un abito mentale
stalinista, cioè la rinuncia alla propria libertà
di pensiero in nome di una fantomatica entità metafisica
superiore chiamata partito. Lukács scrisse apertamente
che nel suo periodo di permanenza a Mosca non finì in
un campo di lavoro unicamente perché abitava in una
stanzetta in un sottoscala, e quindi eventuali spioni e delatori
non erano interessati a farlo finire in un campo per fregargli
l'appartamento. Mi sembra che sia difficile dire qualcosa
di tanto atroce, e nello stesso tempo di tanto tristemente
realistico.
Lukács non
comprese mai, a mio avviso, il centro teorico della questione,
e cioè che il sistema politico staliniano aveva creato
una nuova e inedita classe sfruttatrice a pieno titolo (al
di là della sua esatta connotazione terminologica),
e che quindi la dinamica del socialismo reale era classistica,
sia in alto che in basso, e che allora ci si poteva anche
aspettare quello che alla fine avvenne nel triennio 1989-1991,
e cioè la
liquidazione dall'alto della proprietà di stato in presenza
di un'integrale apatia, afasia ed impotenza politica dei dominati.
Questa impostazione di Charles Bettelheim era del tutto estranea
ed incomprensibile per la sua mentalità. Egli connotò
invece in modo un po' vago lo stalinismo come prevalenza della
tattica sulla strategia, cioè come inversione dei due
termini, con il risultato di perdere ogni legame fra politica
presente, consegnata al cinismo manovriero, e finalità futura
comunista, derubricata a vago orizzonte utopico ininfluente.
La mentalità
politica di Lukács non era dunque a mio avviso quella
di uno stalinista, ma di una persona che aveva giocato il senso
filosofico integrale della propria vita con la scommessa (assai
più
pascaliana che marxista) della propria internità al movimento
comunista reale, e non ad un suo fantasma parallelo minoritario
(trotzkismo, bordighismo, comunismo dei consigli, eccetera).
La chiave di tutto è a mio avviso in una sua significativa
ammissione: "Non volevo finire come
Karl Korsch, escluso dal movimento comunista. Volevo partecipare
alla lotta contro il fascismo dentro questo movimento storico".
10. Un breve inciso su Karl Korsch (1881-1961).
Si tratta di un pensatore marxista tedesco di prima grandezza,
che fu tradotto e discusso anche in Italia negli anni Sessanta
e Settanta, e che è oggi pressoché dimenticato al
di fuori della ristrettissima cerchia di studiosi del marxismo.
Korsch si fece espellere dal partito comunista tedesco alla metà
degli Anni Venti per questioni sostanzialmente tattiche, ed una
volta espulso aderì (prima in Germania, e poi negli Stati
Uniti) a piccolissimi gruppi minoritari di comunismo consiliare
(Anton Pannekoek, Paul Mattick, eccetera). In un certo senso,
Korsch può essere considerato un precursore dell'operaismo
degli Anni Sessanta, perché individuò il fondamento
teorico principale del marxismo nella capacità storica
reale della classe operaia concreta di attuare una lotta di classe
vincente contro il capitalismo (e contro lo stalinismo, assimilato
ad un capitalismo di stato). Un'incapacità storicamente
protratta di questa classe di fronte alle tre varianti del roosveltismo,
dello hitlerismo e dello stalinismo (Korsch negli Stati Untiti
degli Anni Trenta scriveva su rivistine che sostenevano la tesi
delle tre varianti) avrebbe voluto dire secondo Korsch che la
storia reale aveva falsificato l'ipotesi marxiana sulla natura
rivoluzionaria della classe operaia. Si tratta di una strana variante
di popperismo marxista, non a caso visto in modo apertamente neopositivistico
come una scienza falsificabile. Con questo non intendo affatto
disprezzare Korsch, che era a modo suo un grande, e non aveva
dunque nulla in comune con i sociologi confusionari filosoficamente
nichilisti dell'operaismo italiano.
Dopo il 1945, da Korsch stabilito
come data di scadenza del presupposto rivoluzionario marxista,
e verificata l'adesione massiccia della classe operaia al keynesismo
ad Ovest ed allo stalinismo ad Est, Korsch smise di dichiararsi
marxista. In tutto questo io vedo, in un certo senso, una forma
di onestà intellettuale e nello stesso tempo l'esito fatale
di tutti gli operaismi radicali, che legano inscindibilmente l'attività
della classe operaia di fabbrica con la possibilità di
superamento rivoluzionario del capitalismo. Ma è proprio
il principio popperiano di falsificabilità che non funziona,
tanto di più se applicato alla storia. Non si vede infatti
perché la data di scadenza debba essere il 1945, e non
il 1968, 1991, il 2014, il 2127, eccetera. Ed infatti i credenti
neotrotzkisti, neobordighisti e neostalinisti nella centralità
della classe operaia di fabbrica continuano a rinviare la data
di scadenza, con l'argomento statistico dell'aumento numerico
quantitativo degli operai salariati, effettivo se il parametro
è ricavato a livello mondiale, e non a livello di paesi
capitalistici avanzati, in cui il settore terziario effettivamente
porta ad una riduzione numerica degli operai di fabbrica. Dopo
la dissoluzione grottesca ed implosiva del comunismo storico novecentesco
avvenuta un decennio fa ci appare ormai chiaro che la scelta "interna"
di Lukács e quella "esterna" di Korsch sono state
storicamente equivalenti, e che la storia ha risolto per conto
suo il contenzioso che appassionò le passate generazioni.
Caratterialmente, io preferisco personalmente la scelta di Korsch.
Ma mi sforzo anche di capire la scelta di Lukács, e di
comprenderla storicamente.
11. La scelta personale di internità
al movimento comunista maggioritario e storicamente dominante
è ovviamente legata alla valutazione di riformabilità
di questo stesso movimento. Ci si sta dentro perché si
pensa di poter contare di più che standone fuori. Lukács
è un esempio chiarissimo di questo atteggiamento. In realtà,
si tratta di un comportamento illusorio: se il destinatario è
irriformabile ogni innovazione teorica è irricevibile,
e viene lasciata cadere. Devastato dallo stalinismo, il comunismo
storico novecentesco si dimostrò irriformabile. In URSS
si dissolse, in Cina si riformò in direzione apertamente
capitalistica, in Italia fornì i quadri mercenari di gestione
per la riconversione economica dettata dalla globalizzazione.
Alla base di questa illusione di riformabilità ci stanno
a mio avviso tre elementi interconnessi: una concezione ideologica
della irreversibilità della costruzione del socialismo,
una sottovalutazione delle capacità innovative del capitalismo,
una sottovalutazione della crisi strutturale di egemonia e consenso
del socialismo reale. In primo luogo, Lukács faceva parte
di quella generazione di "fondatori" del 1917 che riteneva
impensabile una restaurazione del capitalismo dopo che erano già
state messe le basi economiche e politiche dell'abolizione della
proprietà privata dei mezzi di produzione e della pianificazione
della produzione stessa. Persino quelli come lui, che polemizzavano
teoricamente contro il determinismo, il meccanicismo e la teoria
degli stadi, conservavano un robusto presupposto della irreversibilità
del socialismo, dovuto all'ideologia del progresso storico di
matrice illuministica. Non era così. In secondo luogo,
dietro la sottovalutazione delle capacità del capitalismo
di rilanciarsi globalmente e con successo non ci stava tanto l'esperienza
del 1929, che aveva fatto toccare con mano la possibilità
di una crisi generale del sistema capitalistico, e neppure la
permanenza di teorie economiche del crollo del capitalismo (da
Lukács mai veramente condivise, se non nella sua giovanile
fase luxemburghiana), quanto il pervicace presupposto che associava
il capitalismo all'idea di conservazione, ed il socialismo all'idea
di progresso.
Sostenitori teorici del capitalismo come l'economista
Schumpeter pensavano a quei tempi che il capitalismo fosse stagnante
ed incapace di innovazione. Non possiamo certo immaginare che
Lukács fosse estraneo a queste idee correnti nel suo tempo.
In terzo luogo, mancò a Lukács la percezione esatta
della debolezza riproduttiva delle società del socialismo
reale. In mancanza di un consenso maggioritario, si pensava che
in fondo un consenso passivo fosse sufficiente. Anche in Occidente,
in fondo, il consenso politico al capitalismo è molto più
passivo che attivo, eppure la società si riproduce lo stesso.
Ma le società del socialismo reale avevano una fragile
legittimazione ideologica (il marxismo-leninismo) e la teleologia
(la costruzione del socialismo), ed il consenso passivo nascondeva
male l'anomia e la frammentazione sociale e politica. Inoltre,
vi era ancora la strutturazione classista della società,
che sfuggiva a Lukács, che riteneva le disuguaglianze frutto
soprattutto di ritardi, malgoverni soggettivi, corruzione eliminabile.
In realtà il dissenso sociale non era tanto dovuto al cattivo
esempio dei consumi di prestigio dei burocrati, minimi rispetto
ai consumi abituali delle oligarchie economiche occidentali, quanto
alla totale distruzione dei principi minimi di responsabilità
e di merito lavorativo in favore di una determinazione politica
della carriera. Uomo della vecchia generazione, Lukács
inserì tutte queste note negative nel gran registro della
riformabilità. La sorte gli fu benigna, e lo fece morire
nel 1971, venti anni prima della dissoluzione gorbacioviana dell'eredità
della rivoluzione del 1917.
12. Abbiamo così esaurito i necessari
preliminari di ordine storico, ideologico e politico e possiamo
rimettere a fuoco la discussione sulla tesi di fondo di questo
articolo, il fatto cioè che Lukács è stato
il più grande filosofo marxista del novecento. Un brevissimo
riferimento ulteriore a Marx, Engels e Lenin sarà però
indubbiamente utile.
13. Della filosofia di Marx si può dire
quello che il poeta Metastasio disse dell'araba fenice: che ci
sia, ciascuno lo dice/ ove sia, nessun lo sa. Il fatto è
che Marx non ha mai sistematizzato, esplicitato, coerentizzato
una sua propria specifica filosofia, ed essa può essere
solo ricavata da operazioni di interpretazione soggettiva, inevitabilmente
incerte e fatalmente "plurali". Io non condivido l'opinione
di Althusser, per cui si può fare una "lettura sintomale"
di Marx, ed in questo modo ricavarci una filosofia esplicita,
perché ogni lettura sintomale è inevitabilmente
il luogo dell'arbitrio e dell'abbandono di ogni base filologica.
Se qualcuno mi chiedesse qual è a mio avviso, sulla base
di quasi quarant'anni di studi marxiani, la filosofia di Marx,
risponderei così: un'antropologia filosofica iscritta in
una filosofia della storia. Più esattamente, un'antropologia
filosofica della libera individualità sociale iscritta
in una filosofia dialettica ed emancipativa della storia. Non
un rovesciamento di Hegel, ma una concretizzazione comunista di
Hegel. Il riferimento filologico incontestabile sta a mio avviso
in quella famosa pagina dei Grundrisse, in cui Marx individuava
il principio di intelleggibilità filosofica del processo
storico nel passaggio dalla dipendenza personale umana alla libera
individualità attraverso il passaggio intermedio dell'indipendenza
personale borghese-capitalistica. Qui siamo su di un saldo terreno
filologico. Ma è comunque ovvio che se Marx si limitò
ad un cenno in un inedito, e non lo sviluppò, è
perché non credeva che fosse necessario farlo, e che ci
si potesse fondare molto meglio sul carattere necessario delle
tendenze presenti nella dinamica del modo di produzione capitalistico.
14. Non è dunque giusto dire che Engels
intervenne con una sua seconda filosofia naturalistica (il materialismo
dialettico) su di una prima filosofia della prassi autenticamente
marxiana. Questa prima filosofia Karl Marx non lo esplicitò
mai, e restò implicita.
Engels fu
dunque il primo filosofo marxista, non il secondo. E la sua filosofia, stringendo al massimo,
si basa sull'idea che il passaggio dal capitalismo al socialismo
sia assimilabile ontologicamente ad un processo di storia naturale.
Certo, Engels era un grande talento filosofico, ed introduce molte
riserve, molti "distinguo" e molti riferimenti alla
specificità della società rispetto alla natura minerale,
vegetale ed animale. Ma alla fine resta l'idea-base: i processi
di storia naturale ed i processi di storia sociale sono derivazioni
di comuni leggi dialettiche di tipo materialistico. Tutti i "distinguo"
non eliminano questa impostazione macroscopica. In questo modo
Engels pigliava due piccioni con una fava, e colpiva due bersagli
con un sol colpo. Da un lato, accreditava questa prima sintesi
filosofica marxista nel mondo universitario tedesco dell'epoca,
che riteneva del tutto adeguato questo linguaggio materialista,
evoluzionista e determinista. Il fatto poi che Engels concepisse
l'evoluzione mediante "salti", cioè accelerazioni
rivoluzionarie, e non mediante una crescita lineare omogenea è
certo interessante, ma non modifica la natura della sua filosofia.
Dall'altro lato, accreditava questa prima sintesi filosofica marxista
presso la classe operaia tedesca dell'epoca, desiderosa di passare
dal precedente protestantesimo luterano predestinazionista ad
una moderna variante di messianesimo socialista garantita dalla
scienza positiva. Per capire la forza della sintesi filosofica
marxista di Engels bisogna situarla nel contesto storico dell'epoca,
e se lo si fa si capisce anche perché Lenin l'accolse,
e perché tutte le altri varianti neo-kantiane (Vorlander)
ed empiriocriticiste (Bogdanov) restano marginali e minoritarie.
15. Il punto di partenza di Lukács è
allora questo: c'è stata una sacrosanta rivoluzione comunista
in Russia nel 1917, che ha interrotto ogni continuità nel
movimento operaio e socialista, ma questa indispensabile rottura
politica non è stata accompagnata da una contestuale rottura
filosofica. Il nuovo continua ad essere pensato e rappresentato
in uno schema vecchio. Testimone di questo è il famoso
manuale di Bucharin sul materialismo storico inteso come sociologia
marxista (di passaggio, lo stesso libro che fu poi criticato con
argomenti analoghi da Antonio Gramsci in prigione nei suoi Quaderni).
Bisogna dunque proporre una filosofia marxista nuova, che registri
nel rarefatto mondo concettuale la novità leniniana della
attualità della rivoluzione comunista.
16. Questa nuova sintesi filosofica fu proposta
da Lukács in Storia e Coscienza di
Classe, pubblicata nel
1923. Come avviene in tutte le grandi opere filosofiche, il suo
codice teorico è semplicissimo. Si tratta dell'elaborazione
sistematica dell'identità, weberianamente presupposta a
priori, fra soggetto e oggetto, più esattamente fra il
soggetto proletario ed operaio e l'oggetto della storia universale
dell'uomo. A suo tempo, Fichte aveva definito in termini di Io
(maiuscolo) la capacità trasformativa della prassi umana,
riflettendo così in forma teoricamente filtrata l'entusiasmo
politico prodotto dalla rivoluzione francese del 1789. Il Proletariato
idealtipicamente costruito da Lukács è l'equivalente
russo rivoluzionario del 1917 dell'Io di Fichte, ed infatti l'impianto
di questa filosofia è idealistico, e non materialistico.
Si tratta però di un idealismo di tipo molto particolare,
che occorre comprendere bene nella sua dinamica. Si trattava infatti
di un idealismo potenzialmente "espansivo", in cui la
critica alla borghesia conteneva anche una possibile critica ad
ogni forma di "imborghesimento", cioè di possibile
blocco del processo rivoluzionario.
17. Il codice teorico di questa prima filosofia
lucacciana era apertamente idealistico, e tutti i tentativi di
Lukács di presentarlo come materialistico non potevano
che fallire. Tuttavia, è errato dire che si trattava di
marxismo hegeliano, o di hegelo-marxismo, come si sul dire nelle
frettolose ricostruzioni storiche della filosofia marxista. Gli
autori di riferimento sono infatti Fichte e Max Weber, non certo
Hegel. Più esattamente, si tratta di una ritrascrizione
comunista dell'idealismo filosofico fichtiano originario con l'innesto
determinante di una concezione idealtipica della coscienza attribuita,
o coscienza possibile, ricavata da Max Weber. L'Io di Fichte,
che nella sua unità presupposta rispecchiava la sintesi
di emancipazione illuministica e di entusiasmo romantico, si divide
in due, in coscienza borghese e coscienza proletaria. Entrambe
aspirano a realizzare l'universalismo, ma la coscienza borghese
non lo può fare, perché vuole unire contraddittoriamente
un'etica universalistica ed il mantenimento del plusvalore, dello
sfruttamento, del profitto e del mercato capitalistico. La coscienza
proletaria invece lo può fare, perché il proletariato
non aspira a divenire una nuova classe sfruttatrice, ma ad abolire
tutte le classi. Detto altrimenti, per la borghesia l'universalismo
è impossibile, mentre per il proletariato è invece
possibile. A sua volta, la categoria di possibilità non
deve essere intesa nel senso di scelta arbitraria (katà
to dynatòn), ma nel senso di possibilità necessariamente
iscritta in una potenzialità ontologicamente garantita
(dynamei on). Quasi cinquant'anni più tardi Ernst Bloch,
amico di gioventù di Lukács, ristabilì questi
due significati alternativi della categoria di possibilità,
rintracciandone l'originaria matrice aristotelica.
18. Questa proposta filosofica di Lukács
fu integralmente respinta dal movimento comunista, che invece
scelse il materialismo dialettico come filosofia obbligatoria
di stato e di partito e lo rese anche ufficiale per legge con
un decreto staliniano del 1931. Da un lato, l'estremo soggettivismo
di Stalin doveva nascondere questo suo soggettivismo dietro un
riferimento di legittimazione ad una scienza positiva, e tanto
più lo faceva quanto più era arbitrario e soggettivista.
Dall'altro, la nozione lucacciana di coscienza proletaria possibile
avrebbe sempre potuto diventare un'arma culturale per chi avesse
notato che il comportamento del partito comunista non era adeguato
e conforme a questo ideale di possibilità proletaria emancipatrice
ed universale. La proposta filosofica lucacciana metteva l'orizzonte
dell'universalismo al centro della filosofia comunista, e l'universalismo
per sua natura non può essere monopolizzato da un partito
burocratizzato, che non lo pratica ed anzi lo disprezza, e preferisce
invece la ben più rassicurante legittimazione "scientifica"
(in realtà pseudo-scientifica).
19. Il libro di Lukács del 1923 fu molto
amato dalla generazione del Sessantotto. In Germania ed in Francia
ci fu addirittura una rinascita lucacciana, sconsigliata peraltro
dallo stesso Lukács, che invece avrebbe voluto che fosse
presa in considerazione la sua nuova ontologia dell'essere sociale,
cosa che non fu fatta, e che lo lasciò molto deluso. In
Italia il libro fu tradotto, ci furono alcuni saggi di commento,
ma in definitiva esso restò semiclandestino, a causa della
soffocante egemonia del sociologismo operaista, nemico della filosofia
in quanto tale. Oggi questo capolavoro è di difficilissima
reperibilità, perché non più ristampato da
decenni.
20. Si tratta di un libro attuale? Difficilissimo
dirlo. Io penso che valga ovviamente sempre la pena di leggerlo
e di studiarlo, come monumento storico del pensiero marxista e
riflesso del clima messianico e radicale degli anni Venti. Non
penso però che sia realmente valido in questa nuova fase
storica, per il semplice fatto che la prima filosofia di Lukács
si basava sull'opposizione polare di borghesia e proletariato
eretti in soggetti idealtipici e trascendentali, mentre oggi io
penso che siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, di
tipo post-borghese e post-proletario, e non credo allora che un
rilancio idealistico della dicotomia opposizionale possa aiutarci
a capire la situazione attuale. Vi sono ovviamente anche altre
ragioni che potrei aggiungere, ma non lo faccio per questioni
di spazio e brevità. In ogni caso, è bene ricordare
sempre che fu Lukács a sottoporre a critica la sua prima
filosofia, e non è affatto vero che lo fece solo per opportunismo
o per paura di Stalin. Se fosse stato così, dopo il 1956
l'avrebbe riproposta, magari in una forma corretta ed edulcorata.
Non lo fece, e non lo fece perché evidentemente non ci
credeva più. E non ci credeva più, io penso, perché
voleva tener fermo nella via dell'universalismo, convinto che
solo l'equazione comunismo = universalismo potesse salvare il
progetto di Marx e di Lenin, ma non pensava più che questa
via potesse essere percorsa con un apparato categoriale idealtipico,
trascendentale ed aprioristico. E questo ci porta alla sua seconda
filosofia ontologica.
21. A partire dai primi anni Sessanta, Lukács
sviluppa progressivamente la sua nuova ontologia dell'essere sociale.
Dallo stesso nome scelto per indicare la sua proposta filosofica,
risulta chiara l'opposizione al materialismo dialettico sovietico
(che era un'ontologia dialettica unica dell'essere sociale e naturale)
ed all'impostazione classica di Engels, per cui il passaggio al
socialismo era assimilabile ad un processo di storia naturale.
Il socialismo è un progetto interamente umano, ed in quanto
progetto umano è un agire teleologico e finalistico, laddove
in natura non c'è alcun finalismo intrinseco. In quanto
agire teleologico, la rivoluzione comunista segue il principio
ontologico del lavoro umano, forma originaria e modello di ogni
prassi sociale trasformativa. L'uomo è un animale intelligente
che si è costituito attraverso il lavoro, ed il lavoro
collettivo e cooperativo, già presente fin dai tempi più
lontani, ha permesso la nascita del linguaggio, dal momento che
la cooperazione lavorativa implicava anche la comunicazione linguistica.
É giusto dunque dire che l'uomo è homo faber. Oggi questo
termine è spesso considerato odioso e pericoloso (basti
pensare all'ultimo libro sul Novecento di Marco Revelli), ma questo
avviene perché del carattere lavorativo e costruttivo umano
vengono prese in considerazione solo le aberrazioni, come le bombe
atomiche, le biotecnologie più pericolose, la catena di
montaggio fordista. Questo però è un errore filosofico,
eguale a quello di chi negasse il carattere sessuale ed amoroso
dell'uomo perché nel rapporto sessuale può prendersi
l'AIDS. In realtà, a me sembra che nel sottolineare il
lavoro come fonte di linguaggio, la cooperazione lavorativa come
fonte della comunicazione linguistica ed infine l'agire umano
come progetto consapevole Lukács abbia fondamentalmente
ragione e parta con il piede giusto.
22. Il punto di partenza esistenziale di Lukács
è la vita quotidiana, o meglio il rispecchiamento quotidiano,
il che comporta anche il programma di democratizzazione della
vita quotidiana come la parola d'ordine fondamentale del comunismo
moderno. Questo nucleo vitale è comune a tutti i diversi
modi di produzione, ed è dunque un principio dell'antropologia
filosofica materialistica. Il materialismo, pressoché assente
nel primo modello filosofico lucacciano di Storia
e Coscienza di Classe, viene qui recuperato come orizzonte nell'ambito della
vita quotidiana. A me sembra un ottimo inizio. É nell'ambito
della vita quotidiana che l'uomo fa l'esperienza della propria
mortalità, della propria fragilità e dello scacco
dei propri progetti. Tutto questo viene antropomorfizzato, cioè
ricondotto a senso umano, anche quando in realtà è
basato su di una causalità del tutto naturale e meccanica,
e da questa riconduzione antropomorfica di senso, che nasce a
livello quotidiano e quindi prescientifico, nascono tutte le religioni
e tutte le ideologie, che sono proiezioni antropomorfizzanti di
eventi sottratti all'agire umano consapevole. Il rispecchiamento
scientifico insorge solo in un secondo momento, sulla base di
un'indispensabile disantropomorfizzazione di ciò che il
rispecchiamento quotidiano aveva necessariamente antropomorfizzato.
23. Una breve riflessione. É chiaro che in
questo modo Lukács propone per la filosofia, ed in particolare
per la filosofia marxista, uno spazio intermedio fra la vita quotidiana
e la scienza. Più esattamente, non esiste uno specifico
rispecchiamento filosofico (così come del resto non esistono
rispecchiamenti religiosi e ideologici), ma la filosofia diventa
un fisiologico agire interpretativo che collega il rispecchiamento
quotidiano (antropomorfizzante) ed il rispecchiamento scientifico
(disantropomorfizzante). Tutto questo mi sembra molto intelligente,
o comunque degno di analisi. La scelta leniniana di utilizzare
il termine conoscitivo di "rispecchiamento" è
accettata da Lukács, e questo effettivamente è incompatibile
con l'idealismo tedesco, ma si iscrive in una forma di realismo.
Vi è dunque indubbiamente una rottura con il codice filosofico
di Storia e Coscienza di Classe. Ma questa filosofia di Lukács
non è comunque un realismo gnoseologico, perché
non c'è nessuna centralità della gnoseologia, ma
la centralità è soltanto assegnata al "grado
zero" della vita quotidiana. É questa una curiosa scelta
di "normalità", che a mio avviso ricorda Aristotele
ed il pensiero greco classico, che partiva anch'esso dalla normalità
quotidiana e dai suoi problemi (esemplare in questo è l'Etica
Nicomachea di Aristotele). Vi è qui a mio avviso una continuità
filosofica diretta fra Marx e Lukács, ma anche un'affinità
fra Lukács e Gramsci, altro grande estimatore della pertinenza
ontologica della vita quotidiana. Vorrei insistere sul fatto che
questo "inizio" lucacciano è profondamente democratico,
perché legittima integralmente il mondo normale dei non-intellettuali
e dei non specialisti come mondo che non ha soltanto diritto all'assistenza
ed alla "cura", ma è già pienamente un
mondo attivo, conoscitivo, trasformativo. Si tratta di una mossa
anti-oligarchica inestimabile.
24. Il rispecchiamento quotidiano è la
matrice ontologica di due altri rispecchiamenti successivi, quello
scientifico e quello estetico. Non esistono invece altri rispecchiamenti,
e dunque non esistono rispecchiamenti filosofici, ideologici e
religiosi. Tutto questo, a mio avviso non consente di parlare
di marxismo idealistico, o di marxismo hegeliano, perché
Hegel non avrebbe mai consentito a riservare uno statuto conoscitivo
integrale alla sola arte, e non anche alla religione ed alla filosofia.
Inoltre Lukács è ateo, nel senso rigoroso di Feuerbach
e Marx, e connota anche negativamente come "ateismi religiosi"
tutti i tentativi di sostituire la divinità tradizionale
ebraico-cristiana con principi metafisici assoluti. Se però
questo secondo Lukács non è idealista (mentre il
primo a mio avviso lo era), non è neppure possibile connotarlo
semplicemente come materialista, se non nel senso ovvio, improprio
ed insufficiente per cui egli ritiene, come Spinoza, che esiste
una sola sostanza, e pensa, come Feuerbach, che Dio sia solo una
proiezione antropomorfica della mente umana. La sua è piuttosto
una filosofia che cerca una via diversa dalle due indicate dalla
dicotomia engelsiana fra materialismo ed idealismo. In questa
sede non c'è lo spazio per portare argomenti decisivi in
favore di questa mia tesi, ma ritengo che valga la pena pensarci
su con attenzione. É comunque bene precisare che Lukács
non si autopercepiva affatto come portatore di una terza via,
ma come un materialista critico conseguente. In filosofia, peraltro,
l'autopercezione di un filosofo non è sempre un criterio
risolutivo per determinare una connotazione corretta.
25. La vita quotidiana è il luogo materiale
in cui si realizza l'emancipazione comunista, ed è allora
ovviamente la posta in gioco di strategie di dominio da parte
delle oligarchie dominanti. I dominati, infatti, vengono sempre
dominati a partire dalla sfera della vita quotidiana. A Lukács
è sempre chiaro che nei modi di produzione precapitalistici
la forma prevalente di dominio sulla vita quotidiana era quella
militare coperta da quella religiosa, più esattamente la
violenza della coercizione extraeconomica integrata con giustificazioni
tratte dalle ideologie religiose. Tutto ciò ovviamente
muta con l'affermazione del modo di produzione capitalistico.
E qui Lukács introduce la categoria strategica di manipolazione,
una categoria teorica che nella filosofia tedesca del Novecento
verrà variamente usata da pensatori diversissimi come Adorno
e Heidegger. Lukács distingue fra l'epoca del dominio del
plusvalore assoluto e l'epoca del dominio del plusvalore relativo,
il che comporta ovviamente due forme diverse di manipolazione.
La manipolazione dell'epoca del plusvalore assoluto assomiglia
moltissimo alla manipolazione precapitalistica, ed in essa il
ruolo della violenza, ed anzi del binomio violenza-religione,
è molto forte. La manipolazione dell'epoca del plusvalore
relativo, invece, viene realizzata con metodi molto più
indiretti e raffinati, il famoso "consenso" ottenuto
con l'incitamento ai consumi attraverso la pubblicità ed
i modelli sociali imposti con la diretta invasione della sfera
quotidiana dell'esistenza. Qui Lukács, proprio perché
era partito col piede giusto (la centralità della vita
quotidiana) riesce anche a proseguire senza cadere, individuando
la tattica di riproduzione del moderno capitalismo in una vera
e propria colonizzazione totalitaria della vita quotidiana. Egli
parla anche diffusamente di una vera e propria "integrazione"
della classe operaia nelle società occidentali, ma in questo
restò fino alla morte un marxista ortodosso, perché
non ne contestò mai esplicitamente il ruolo rivoluzionario
strutturale, anche se, ovviamente, insisteva sempre di più
sul lavoro intellettuale come parte integrante ma anche decisiva
di qualunque fronte rivoluzionario.
26. Una breve riflessione. Lukács morì
prima che diventasse visibile il fenomeno culturale del cosiddetto
post-moderno, e morì anche prima che le nuove modalità
del capitalismo detto della globalizzazione riportassero in primo
piano le modalità di estorsione del plusvalore assoluto
nei paesi dominati dall'imperialismo (fra cui i paesi ex-comunisti),
e cercassero anche di coinvolgere in un autosfruttamento quotidiano
(che definirei con amara ironia "plusvalore assoluto volontario")
il cosiddetto lavoro autonomo, flessibile e precario. Tutto questo
Lukács non poteva saperlo, essendo morto nel 1971. E tuttavia
la sua analisi mi sembra assolutamente attuale anche oggi. Da
un lato, la sua concezione del lavoro come cooperazione e costruzione
collettiva è infinitamente più intelligente di quanto
dicono i sostenitori della "fine del lavoro" e di una
società della comunicazione del tutto smaterializzata.
Dall'altro, la sua concezione della manipolazione come colonizzazione
oligarchica della sfera quotidiana esce rafforzata, e non indebolita,
dagli sviluppi economici e sociali recenti. Lukács non
esce dunque distrutto dalle recenti "distruzioni del marxismo".
27. Se nelle società occidentali la
manipolazione avviene nella forma dell'integrazione consumistica,
che non è soltanto economica, ma è anche e soprattutto
simbolica (e qui Lukács mostra di aver acquisito la lezione
Cassirer, anche se Cassirer non risulta fra le sue fonti dirette),
nei paesi del socialismo reale la manipolazione avviene per via
direttamente politica, attraverso il dispotismo politico delle
burocrazie. Lukács non aderì mai alla teoria trotskista
della burocrazia come ceto distinto frutto di una degenerazione
dello stato operaio leniniano originario, e neppure alla teoria
maoista del partito comunista come luogo di costituzione e di
riproduzione di una nuova ed inedita classe sfruttatrice. Come
ho detto in precedenza, questo eventuale sbocco, che avrebbe comunque
comportato durissime persecuzioni in patria (pensiamo solo al
caso dello jugoslavo Milovan Gilas e del tedesco Rudolph Bahro),
gli era impedito dai due principi di internità e di riformabilità,
che egli mise sempre al di sopra di tutto. E tuttavia, il suo
giudizio di fatto sul socialismo reale fu sempre molto duro. Lukács
non approvò l'intervento sovietico in Cecoslovacchia del
1968. In Ungheria veniva usato come articolo di esportazione per
mostrare il carattere relativamente "liberale" del regime
di Kadar, ma restava comunque sempre e soltanto sopportato, visto
che nessuna delle cose che diceva veniva accolta nel sistema scolastico
della trasmissione del materialismo storico e dialettico. Alla
fine, la vita quotidiana non venne mai democratizzata, ed il 1989
si limitò a liberalizzarla in senso capitalistico, ed anzi
ultracapitalistico. Si trattò di una vera e propria vittoria
del liberalismo sulla democrazia. Ma il responsabile massimo resta
il sistema irriformabile del partito-stato comunista, i cui responsabili
furono in prima fila a riciclarsi come personale politico di servizio
della restaurazione capitalistica.
28. Il destino fu benevolo con Lukács:
egli morì prima di vedere questa merda in azione, e di
vedere nel 1999 la Jugoslavia bombardata nel nome dei diritti
umani garantiti dagli aerei militari americani. Per tutta la sua
vita Lukács restò a mio avviso un pessimista tattico
ed un ottimista strategico. Nelle vicende turbinose del secolo
di ferro in cui visse, egli impersonò sempre il principio
del suo maestro Hegel, per cui il reale poteva e doveva diventare
razionale ed il razionale poteva e doveva diventare reale. É
questo, in una parola, il suo testamento filosofico.
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