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Serge Latouche
Laboratori
del dopo - sviluppo |
Professore emerito di Economia all'Università Parigi
Sud
Che cosa accomuna le reti di scambio e mutuo aiuto
nelle periferie africane e i Local exchange
trade systems di Manchester
(quel che in Italia si chiama "Banca del tempo")? Sono
laboratori del doposviluppo, la sperimentazione di scambi
non dominati dal calcolo economico. In pratica, chi è senza
speranza di "progresso", come gli africani di Dakar o
gli europei delle grandi città de-industrializzate, reinventa
comunità in
cui oggetti d'uso e competenze vengono offerti e ricevuti, ma
quel che conta è la relazione sociale, non il
denaro.
Se si ha una
visione centrata sullo sviluppo,
una visione economicistica, cioè se si pensa che lo sviluppo
sia universalizzabile e che non ci sia salvezza al di fuori di
una crescita economica vigorosa, allora si può avere, sull'economia
informale africana, solo un punto di vista negativo, nel migliore
dei casi condiscendente. Di fronte all'evidenza dei successi di
certi "imprenditori dai piedi scalzi", si potrà riconoscere
con simpatia il successo del bricolage. Tuttavia, si vedrà sempre
nell'informale una economia di espedienti in mancanza di meglio.
Valutando l'informale con il metro dell'economia dominante occidentale,
e nell'orizzonte dello sviluppo, e riducendo la socialità a
un aspetto pittoresco, complementare o ausiliare della sola cosa
importante, l'economia, si sarà tentati di vedere questa
realtà atipica come una sorta di succedaneo dello sviluppo.
Ridicolo o rispettabile, ma sempre in mancanza di meglio, cioè nell'attesa
di approdare alla terra promessa della modernità. Insomma,
si vedrà nell'informale solo una figura della transizione,
non come un laboratorio del doposviluppo.
Vedere l'altra Africa come laboratorio del doposviluppo significa
invece vedere l'informale in positivo, vederlo di per se stesso
per quanto possibile, cioè in funzione delle sue proprie
norme, e non commisurato al paradigma dello sviluppo. Significa
vedere, con occhio diverso, il modo stupefacente grazie al quale
sopravvivono gli sclusi dal mondo ufficiale.
È evidente che vi è una diversità dell'informale.
L'esistenza di certi aspetti negativi innegabili, dal subappalto
più sordido ai traffici mafiosi, l'onnipresenza del denaro,
dello scambio e dei mercanteggiamenti sembrerebbero proprio dar
ragione alle interpretazioni economicistiche. Ma l'altra Africa
non è tutto l'informale. Nell'informale che ci interessa
non si è in una economia, sia pure altra, si è in
un'altra società. L'economico non vi è autonomizzato
in quanto tale; esso è dissolto, incorporato (embedded,
secondo la terminologia di Karl Polanyi) nel sociale, in particolare
nelle reti complesse che strutturano le città popolari dell'Africa.
Per questo la definizione di "società venacolare" è più appropriata,
per parlare di questa realtà, che non quello di "economia
informale".
La società vernacolare non è sicuramente
il paradiso ritrovato. Si tratta di piccole imprese o di artigiani
che lavorano per la clientela popolare: fabbri che lavorano con
materiale di recupero, falegnami e sarti di quartiere e l'insieme
dei "piccoli mestieri", garage all'aperto, intrecciatrici che lavorano
per strada, trasportatori su camion traballanti e variopinti che
vanno per grazia di Dio, coxeurs cioè procacciatori di clienti
per "pullman rapidi", bana-bana cioè piccoli commercianti
ambulanti che vendono alle donne di casa senza frigorifero tre
cucchiai di concentrato di pomodoro, due dadi Maggi, olio senza
confezione o sacchetti di latte in polvere o di Nescafè.
Prima di tutto, si tratta dei modi con cui i naufraghi dello sviluppo
producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale,
mediante strategie relazionali. Queste strategie incorporano ogni
sorta di attività economiche, ma tali attività non
sono (o sono poco) professionalizzate. Gli espedienti, il bricolage,
la capacità di arrangiarsi di ciascuno si iscrivono in reti.
I "collegati" formano dei "grappoli". In fondo, queste strategie
fondate su un gioco sottile di "cassetti" sociali ed economici
sono paragonabili alle strategie familiari, che sono nella maggior
parte dei casi le strategie delle massaie, ma trasposte in una
società in cui i membri della famiglia allargata si contano
a centinaia. I "collegati" sono spesso molto diversi per religione,
etnia, statuto sociale, e molto numerosi. Possono essere più o
meno incorporati nella famiglia allargata.
Le reti si strutturano,
in effetti, sul modello della famiglia secondo la logica del clan,
con madri sociali e fratelli maggiori sociali, senza dimenticare
la famosa "parentela per scherzo" degli etnologi. Così,
la società vernacolare (o l'oikonomia neo-clanica, come
la definisco in un mio libro) è a prima vista soprattutto
femminile, fondata sulla pluriattività, sul non professionalismo
e sulle strategie relazionali. Gli artigiani dell'economia popolare
sono forse meno professionali di quanto non pensino o non diano
a vedere. Sono spesso anch'essi pluriattivi e nolto dipendenti
dalla loro rete sociale. Sono tutti nel doposviluppo.
Perciò, dobbiamo analizzare l'incorporazione di questa economia
nel sociale, per vedere come la società del doposviluppo
ritrova la logica del dono.
Gli esclusi della grande società realizzano
il miracolo della loro sopravvivenza reinventando il legame sociale
e facendolo funzionare. Esclusi dalle forme canoniche della modernità,
dalla cittadinanza dello Stato-nazione e dalla partecipazione al
mercato nazionale, essi vivono, in effetti, grazie alle reti di
solidarietà neoclaniche. Ma, per spiegare come vivono e
sopravvivono le popolazioni dell'altra Africa, bisogna cominciare
con il denunciare l'illusione economica e sviluppista, poi analizzare
la complessità degli espedienti che assicurano la sopravvivenza
dei naufraghi e le logiche che ne permettono la riproduzione.
Lo schema di lettura economica e sviluppista porta a molte distorsioni
e a controsensi. Certo, ci sono il denaro, i mercanteggiamenti
e il prezzo delle merci. Sembra che esistano la povertà,
le attività professionali, come sembra che vi sia il calcolo
razionale. Tutto ciò è in gran parte illusorio.
Prendiamo il denaro. Esso è onnipresente di fatto e nell'immaginario,
ma non ha lo stesso significato né lo stesso uso, sul pianeta
degli economisti e su quello dei naufraghi. Gli stessi interessati
parlano di denaro caldo e di denaro freddo. Il denaro che circola
nelle reti si oppone alla moneta del bianco, esterna e astratta.
Il primo, in generale monetine e biglietti di piccolo taglio unti
e bisunti, è annodato nell'angolo di un perizoma e nascosto
sotto i vestiti, viene tirato fuori con precauzione e reticenza,
contato e ricontato nella speranza di uno sconto. Il secondo è quello
delle Ong, dell'assistenza tecnica. Si conta in milioni e si dissipa
nell'astrazione. In ogni modo, che venga consumato in modo ostentato
o che serva alla sopravvivenza collettiva, il denaro non è un
fine in sé.
Per quel che riguarda il prezzo, questo è piuttosto
il risultato di una contrattazione, che non di un mercato. Nonostante
la penetrazione dei rapporti mercantili e della monetarizzazione
degli scambi, gli attori si sforzano di conservare il primato dei
rapporti interpersonali sul gioco anonimo della domanda e dell'offerta.
Bisogna rispettare gli statuti, tener conto del contesto nel suo
complesso, saper perdere un po' per vincere su altri piani. Così,
la moneta e i rapporti mercantili farebbero funzionare una società non
mercantile. Chiariamo: si intende con ciò una società che,
pur praticando scambi numerosi e conoscendo una circolazione monetaria
intensa, non obbedisce massicciamente alla logica mercantile.
Con la povertà si tocca senza dubbio il cuore del problema.
Decretando che i paesi non occidentali erano sottosviluppati, gli
economisti hanno deciso che erano miserabili. Si sa che nelle principali
lingue dell'Africa non c'è una parola che designi il povero
nel senso economico del termine. Le parole che si usano per tradurre "povero" significano
in realtà "orfano". È degno di nota che, in tutte le circostanze
della vita corrente, i riferimenti alla miseria non rinviano immediatamente
alla mancanza di denaro, ma all'assenza di sostegno sociale. La
povertà è legata a una concezione individualistica
della società.
La persistenza di concezioni della ricchezza e della povertà anteriori
alla modernità occidentale è un elemento essenziale
della ricostruzione di una alternativa societaria alla grande società.
Questa resistenza di norme che incorporano la solidarietà in
un valore metaeconomico (più sociale che economico, cioè),
permette questo capovolgimento del senso e degli statuti, condizioni
per l'emergere di una postmodernità autentica. In altri
termini, quel che in questo modo si rende possibile è il
rifiuto della svalutazione di sé decretata dall'Occidente,
e in parte accettata, e la riappropriazione di una identità.
L'illusione economica si prolunga o affonda le sue radici molto
al di là o molto al di qua dell'economia. Bisognerebbe senza
dubbio esplorare anche le concezioni della società vernacolare
nei confronti del tempo, dello spazio, del rapporto con la morte,
dell'atteggiamento di fronte alla vita o alla natura. La povertà presuppone
sempre il confronto dell'individuo isolato con la sua impotenza.
Nella società dove regnano al tempo stesso la solidarietà e
la gerarchia, ciò non è pertinente.
Restiamo comunque all'economia all'economia, terminando questo
breve esame con la razionalità, che, pur essendo una parola
chiave della modernità e dell'Occidente, è nondimeno
anche un concetto economico, anzi essenzialmente economico.
La razionalità africana che si crede di scoprire a partire
dai successi dell'informale, e dalla quale alcuni pensano di ricavare
manuali di gestione specifici a uso dei candidati imprenditori
locali o degli investitori stranieri, è anch'essa un'illuzione.
In questa volontà di attribuire ogni successo alla razionalità,
c'è il segno di una certa arroganza e di una grande inconscienza
etnocentrica. Con il pretesto che le imprese informali funzionano,
si conclude che essere possono essere solo razionali, dunque obbedire
al grande mito occidentale della razionalità. La razionalizzazione
delle pratiche, nel senso che le dà Max Weber nella sua
analisi magistrale, cioè l'esigenza e la possibilità di
calcolare tutto, è sì il tratto centrale della modernità.
Razionalizzare l'informale africano significa
negarlo in quanto africano, significa occidentalizzarlo e, in definitiva,
aprire la strada al suo recupero e alla sua distruzione. In tutte
le esperienza umanamente riuscite dell'inofrmale, non si tratta
di un calcolo maximum-minimum su una grandezza quantificabile omogenea,
tipo costi-benefici monetari, ma di una speculazione sintetica
sulle molteplici "ragioni" che entrano nel trattamento di un problema.
L'uso della ragione può così assumere due forme molto
diverse, o addirittura antagonistiche. La prima via consiste nel
calcolare a partire da una valutazione quantitativa, è la
nostra razionalità economica. La seconda è la via
tradizionale del politico e del giuridico: consiste nel deliberare
a partire dagli argomenti pro e contro. Tutte le società hanno
utilizzato la seconda via per risolvere i loro problemi sociali.
Solo l'Occidente ha trasportato nella sfera dei rapporti umani
la seconda via. Ne èp seguita una svalutazione del ragionevole,
che si è visto assegnare un posto ingiustamente subalterno
e spesso è stato addirittura espulso.
È inequivocabile che questa operazione ha avuto per l'Occidente
risultati spettacolari. Ne è seguito un effetto di potenza
inaudito. Tuttavia, questa efficienza prodigiosa si scontra con
dei limiti. Il fallimento dell'economia ufficiale nel terzo modo è uno
di questi. Nella società vernacolare, si è ragionevoli
e non razionali, ed è proprio perché si è ragionevoli,
e nella misura in cui lo si è, che la cosa funziona.
L'economia moderna e occidentale è caratterizzata
dalla razionalità. In teoria c'è un solo modo di
essere razionali, mentre ce ne sono molti di essere ragionevoli,
ragion per cui la società vernacolare è il luogo
della pluriattività. Nella letteratura sull'informale, il
termine "pluriattività" designa il più delle volte
il fenomeno abbastanza diffuso della doppia attività. Questa
doppia attività si riferisce alla situazione del salariato
del settore ufficiale (funzionario o impiegato) che esercito al
di fuori della sua professione una seconda attività. Nelle
reti neoclaniche, dove le attività ufficiali sono piuttosto
rare, la pluriattività richiama soprattutto la molteplicità degli
espedienti e dei lavori messi in opera per cavarsela. Si ha a che
fare con un'assenza di professionalizzazione, il che non vuol dire
assenza di competenza. Anche quando esiste per via dell'appartenenza
a una casta o dell'acquisizione di un apprendistato specializzato,
la professione è più esibita come un alibi e una
facciata, che come rivelatrice dell'esercizio vero e proprio di
un mestiere.
A Grand Yoff, periferia di Dakar, Senagal, i falegnami sono molto
poco falegnami o almeno altrettanto avicoltori o mercanti di pomodori
che falegnami. Organizzare i falegnami in associazione per aiutarli
ad accedere a migliori condizioni di acquisto o a migliori locali,
ecc., come ha fatto l'Ong Enda-Tiers Monde, era secondo il responsabile
un errore. Un simile procedimento presuppone che esista veramente
un "gruppo professionale falegnami" saldato da interessi comuni.
Ora, questo gruppo non esiste. Accanto a uno o due artigiani che
formano una vera piccola impresa, che profittava di ordinazioni
sottobanco per i programmi di costruzione di alloggi, c'è una
folla di piccoli falegnami di facciata, che effettuano prestazioni
occazionali ma passano la maggior parte del loro tempo a fare tutt'altro
che lavori di falegnameria. Per ironia della storia, la cooperativa
suddetta ha trovato un impiego inatteso (non previsto dalla Ong):
si dedica ad attività immobiliari e bancarie, affittando
i propri locali inutilizzati, lanciandosi nella costruzione di
nuovi laboratori, facendo lavorare il suo denaro e quello dei suoi
membri. Ed è lo stesso per la maggior parte dei mestieri
esercitati in queste zone di grande precarietà di reddito
e insediamento. Ciascuno esercita più attività nello
stesso tempo, diversifica le proprie competenze e le modifica nel
tempo. Hanno inventato la flessibilità ante litteram… All'altro
estremo, i non professionisti moltiplicano gli espedienti da cui
traggono le loro risorse. A Douala, nelle inchieste sull'occupazione,
molti giovani non salariati dichiarano come mestiere: débrouillard (scaltro, che sa come cavarsela…).
N'Daye Sokhna, madre di famiglia di Grand Yoff, è rappresentativa
di questa categoria. Migliaia di donne vivono nelle periferie di
Dakar, e probabilmente quasi tutte vivono in modo simile. N'daye
ha un marito ferraiolo (cemento armato) che non lavora da vari
anni; sette figli, la maggior parte dei quali vanno a scuola. Lei
ha un chiosco, sorta di garitta in metallo, posta sulla strada
di fronte a casa sua, dove vende tra mattina e sera da 25 a 35
chilogrammi di pane, occasionalmente vende roba usata, o incenso
che confeziona lei stessa. Prepara la zuppa, acquista pesci e fa
il tonno alla maionese per la clientela del vicinato. In stagione,
vende mandarini che le spedisce il marito della sorella o anche
l'altra moglie del marito, rimasta al villaggio e della quale dice: "Lei è come
me, anche lei se demerde, s'arrangia…". Fa merletti che
piazza presso le sue "collegate" della rete. Alleva pulcini e pensa
di chiedere un prestito per impiantare un allevamento di galline
sulla terrazza. Progetta di avere un centinaio di galline. Di tanto
in tanto, sostituisce un'amica, per un mese o due, come impiegata
nel centro ortopedico vicino. Affitta tre camere, ma le entrate
sono irregolari e i socatari insolventi si trasformano spesso in
oneri supplementari, perché mangiano in famiglia. Il denaro
guadagnato è immediatamente investito. N'daye partecipa
a varie tontine, una a 10 franchi al giorno, per acquistare giubbotti
ai bambini, una a 100 franchi per acquistare tessuti e gioielli.
Quella dei tessuti è organizzata da un'amica, e lei è responsabile
di quella per i gioielli. E' responsabile inoltre di un'altra tontina
di venti persone a 1000 franchi al mese. Dà inoltre 100
franchi al giorno a un venditore ambulante toucouleur per un pezzo
di tessuto. Se un giorno non ha denaro, non dà niente. Un
perizoma da 2000 franchi può, perciò, finire col
costare 5000 franchi (è razionale?). Il venditore, dal
canto suo, vive dunque della differenza, e passa le sue giornate
a fare il giro dei clienti.
La mia inchiesta era stata fatta nel '93. Ritrovata nel '95, poi
nel '96, N'daye Sokhna ha realizzato il suo sogno. È diventata
una donna d'affari. Grazie al credito della cooperativa delle donne
e ai consigli della Ong Enda-Graf, ha messo su con le sue amiche
una piccola impresa originale e decentralizzata di produzione e
vendita di sciroppo di succo di bissap (hibiscus o acetosella di
Giunea o ancora carcadè), succo di tamarindo e di zenzero.
Il marchio è depositato, la confezione e l'etichettatura
sono normalizzate, è assicurato un controllo tecnico. E
funziona. Quanto al vecchio marito, è felice di questa relativa
prosperità familiare, e cura la vendita in presenza della
padrona.
In queste condizioni, i programmi di appoggio al "settore informale",
basati sulla professionalizzazione, nonostante le migliori intenzioni
hanno effetti piuttosto negativi. L'essenziale della società vernacolare
non entra nel quadro dell'intervento. Questo non tocca evidentemente
i più bisognosi e favorirà coloro che, entrati in
una logica professionale, sono già ai margini dell'informale.
Al di là della pluriattività e
della non professionalizzazione, quel che colpisce l'osservatore
attento ai "grappoli" di "collegati" della società vernacolare è l'importanza
dek tempo, dell'energia e delle risorse destinate ai rapporti sociali.
Anche se vi si dispiega una attività intensa, sarebbe abusivo,
nella maggior parte dei casi, parlare di vero lavoro. Gli incontri,
le visite, i ricevimenti, le discussioni prendono molto tempo.
Dare e prendere in prestito, donare, ricevere, aiutarsi reciprocamente,
fare una ordinazione, consegnare, informarsi occupano gran parte
della giornata, senza parlare del tempo dedicato alla festa, alla
danza, al sogno e al gioco… "La festa - osserva Eric de
Rosny - occupa un posto smisurato in proporzione
ai mezzi finanziari della popolazione, tutti gli economisti lo
dicono, ma essa è appropriata
ai suoi bisogni affettivi". I compiti esecutivi sono effettuati
alla lettera nei momenti perduti. Se c'è l'urgenza di finire
un'ordinazione, si può sempre lavorare di notte o farsi
aiutare da un collega non occupato. Tutte le entrate sono investite
immediatamente nella rete, si tratti di derrate o di denaro, sia
perché è dovuto, sia perché si anticipa la
necessità di prendere in prestito, sia anche, e in ogni
caso, perché si vuole far profittare i parenti di quel che
si è appena avuto e perché si cerca di far loro piacere.
Ciascuno è cosciente del fatto che un beneficio che si
offre non è mai perduto. L'atteggiamento generale è il
senso di dover molto ai "collegati", piuttosto che quello di essere
un creditore che ci rimette sempre. Se il dono funziona bene, come
ha finemente osservato Jacques Godbout, ciascuno degli attori ritiene
di vaer ricevuto più di quel che ha dato, mentre se il sistema
funziona male ciascuno pensa di aver ricevuto di meno. Le persone
di Grand Yoff o delle periferie di Dakar parlano esse stesse di "cassetti",
per designare questi investimenti relazionali. Questi cassetti
detenuti dal "collegati" sono indifferentemente economici e sociali.
Simmetricamente, in caso di bisogno, e il bisogno è qui
quasi endemico, si mobiliterà il "grappolo", si attingerà a
diversi cassetti. Spesso si attingerà a un cassetto per
investire in un altro. Questa situazione di debitore-creditore è comune
a tutti. A Grand Yoff, le donne utilizzano quotidianamente un proverbio
locale molto immaginifico e rivelatore: "Noi
seppelliamo una iena per disseppellire un'altra iena".
Una conseguenza supplementare di questo tipo
di relazioni è che le operazioni di investimento sono quasi
sempre filtrate dal gruppo. Il debitore al quale si richiede il
proprio denaro per fare un colpo, rifiuterà di restituirlo
se l'affare è rischioso… "Se
si investe il proprio denaro presso una persona - spiega un
falegname - un giorno glielo si può richiedere. Ma colui
al quale lo avete dato può avere
delle ragioni per non restituirvelo, semplicemente perché fa
anch'egli degli investimenti sociali. In questo caso, solleciterà i
cassetti disponibili. Proprio per questo, deve disporre di più cassetti,
per poterne utilizzare un secondo, nel caso in cui il primo non
fosse disponibile. Per questo è importante avvertire in
tempo i collegati e disporre di cassetti molteplici e vari. Al
contrario, quando mettete il denaro in banca, è come se
lo conservaste voi stesso. Cioè quando andate a chiederlo
non ve lo si rifiuta. Quando fate investimenti presso dei parenti
o dei partners, essi sono più o meno implicati nella gestione
di questo denaro, Possono dire di no, se giudicano che quel che
ne farete non sarà un bene per voi. Sono dei parenti, mentre
la banca è un estraneo. Essa non si preoccupa nemmeno
del modo in cui vivete e meno ancora di come spenderete il vostro
denaro. Non c'è ostacolo all'uso del denaro della banca,
poiché basta chiederlo per ottenerlo. Il denaro non è al
sicuro, in banca".
Questo "filtro" sociale è addirittura sistematico nel caso
di certe tontine.
"Questi franchi che abbiamo raccolto - dichiara solennemente
un
tontinier bamileke nel consegnare la somma al fortunato
destinatario - cioè questa miseria, ma che rappresenta
tutto il nostro tesoro, noi te la diamo oggi non perché tu
faccia sparire questo denaro, ma perché auspichiamo che
questo franco diventi dieci franchi e che ciò possa esserti
utile. E ti rinnoviamo tutti i nostri migliori auguri perché tu
riesca nel progetto".
Si sarà riconosciuta facilmente in questo funzionamento
della società neoclanica una logica molto diversa dalla
logica mercantile: quella del dono e dei rituali oblativi. Qui,
come dovunaue, il legame sociale funziona sulla base dello scambio:
ma lo scambio, con o senza moneta, si basa più sul dono
che sul mercato. Ci si trova di fronte al triplice obbligo di donare,
ricevere e restituire, così come lo analizza Marcel Mauss.
La cosa centrale e fondamentale in questa logica del dono è il
fatto che il legame sostituisce il bene.
Risulta chiaro, a questo punto, che dire che, nella società vernacolare,
l'economia è reincorporata nel sociale, o dire che essa
funziona secondo le logiche del dono significa dire esattamente
la stessa cosa: le due formulazioni sono del detto equivalenti.
La società vernacolare, ma anche, in Europa,
le "banche del tempo", i lets (local exchange
trade system) in
Gran Bretagna, i sel (systèmes d'éxchange locaux)
in Francia, sono forme di dissenso dalla norma, questi ultimi più coscienti
ma anche più fragili delle società vernacolare. Sono
anche forme di resistenza alla mondializzazione dell'economia e
all'economicizzazione del mondo.
Sono laboratori
del futuro, laboratori del doposviluppo. Gli economisti che giudicano questa forma di
scambio volontario, senza ufficialità e ai margini della
legge, più liberista del mercato ufficiale, da noi si impantanano
come gli economisti alla Hernando de Soto o Guy Sorman, che vedono
nell'informale del terzo mondo un capitalismo popolare e un terreno
di coltura di imprenditori straccioni. Nel caso dei sel, si tratta
piuttosto di una risposta locale a una sfida globale. Come dicono
i fondatori del sel dell'Ariege, "in qualche
modo, noi rispondiamo a problemi mondiali con una soluzione locale".
Un sel stimola la produzione locale e risponde a bisogni locali.
Permette di rivitalizzare la società locale senza apporto
di capitali esterni. Aiuta a prendere coscienza dei problemi locali,
a cercare soluzioni pratiche, concrete e realistiche. Riduce le
importazioni, gli sprechi e l'inquinamento conseguente ai trasporti.
Senza chiasso e senza dichiarazioni, gli "informali" dell'altra
Africa non fanno nulla di diverso.
C'è una lezione dell'esperienza africana della società vernacolare
che può servire anche a tutti coloro che sono impegnati
in imprese alternative. La gestione alternativa ha bisogno di appoggiarsi
alla "nicchia", piuttosto che di giocare di mercato, che è un
concetto della strategia militare, un concetto di conquista e di
aggressione. È legato al razionale e non al ragionevole. Non è il
settore di mercato che può far vivere l'impresa alternativa,
ma la "nicchia". La "nicchia" è un concetto ecologico,
molto più vicino all'antica prudenza (la phronèsis di Aristotele). L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente
che è, o deve essere, differente dall''mbiente del mercato.
È quest'ambiente che bisogna definire, proteggere, mantenere,
rafforzare e sviluppare. Piuttosto che battersi disperatamente
per conservare il proprio settore di mercato, bisogna militare
per allargare e approfondire la "nicchia".
"In sintesi - scrive Tonino Perna nel suo Fair
Trade. La sfida etica al mercato mondiale (Bollati Boringhieri) - si
può dire
che la sfida per il fair trade consiste nel non far entrare nel
circuito della moda i prodotti del Sud del mondo, stravolgendone
il patrimonio culturale, ma nel far diventare un 'bisogno' la scelta
etica del consumatore. (…) Ciò significa che è necassario
pensare più in termini di innovazione sociale che di innovazione
di prodotto. (…) Il cercare di
adeguarsi alle cosiddette leggi del mercato capitalistico, di inseguirne
i capricci, di usarne acriticamente gli strumenti - come la pubblicità e il marketing
- può dare qualche risultato in termini quantitativi nel
breve periodo, ma alla fine risulta perdente".
Professor Latouche rispetto a “Il pianeta dei naufraghi”,
arrivato anni fa nel nostro paese, come si è arricchita
la sua ricerca sui processi di emarginazione che affliggono il
pianeta? Nei decenni passati, le analisi, le polemiche e le decisioni
politiche erano dominate dalla contrapposizione Nord-Sud. Oggi
questo binomio è ancora una chiave di lettura efficace?
Basta consultare i rapporti preparati dalle Nazioni Unite
per dare alla sua domanda una risposta positiva. Lo scarto dei
redditi tra i paesi del Nord e quelli del Sud si è allargato. È vero,
assistiamo a una mondializzazione culturale nel senso che tutti
dobbiamo parlare inglese, mangiare hamburger, indossare jeans,
vedere film e telefilm americani. Lingue e culture locali spariscono
e quel che resta diventa merce, oggetto di folclore. Ma sul fronte
dell'economia le diseguaglianze tra paesi e poi all'interno dei
singoli paesi si sono accresciute. Direi di più: assistiamo
a forme di impoverimento relativo e non mi sento di escludere anche
forme di impoverimento assoluto. Faccio un esempio: si parla del
miracolo cinese e non c'è dubbio che oggi i contadini di
quel paese non siano più devastati dalle inondazioni o dalla
fame. Ma chi calcola il costo dello sradicamento dalle campagne,
della perdita di valori e di culture, del deperimento delle antiche
forme di solidarismo? Mi preme però sottolineare questo
dato: la mondializzazione crea disoccupati e sradicati, emigrati
e rifugiati. Ma dietro la logica della mondializzazione c'è,
nello stesso tempo, un accrescimento di quelle che io chiamo le “situazioni
diverse”. Penso alla mia esperienza africana dove ho visto
popolazioni capaci di organizzarsi in maniera del tutto autonoma,
dando prova di una creatività culturale e tecnico-economica
veramente ingegnosa.
Lei è uno studioso e anche un ammiratore di quella
che definisce la “società del cavarsela”, un
fenomeno che appunto sembra essenzialmente africano. Ma è difficile
pensare che un modello del genere possa funzionare per fare fronte
ai problemi che affliggono l'Occidente.
L'Occidente, l'imperialismo occidentale, porta la responsabilità gravissima
delle differenze, degli squilibri. Ha distrutto i modi di vivere
tradizionali dei popoli del Sud, ne ha destabilizzato anche i meccanismi
di controllo demografico con il risultato che i flussi emigratori
non si fermeranno.Ha inventato e imposto gli stati nazionali laddove
la vita era organizzata su basi di appartenenza etnica creando
così il fenomeno dei rifugiati, anche esso destinato a non
fermarsi.
Non sarà solo responsabilità del mondo ricco.
Ci saranno pure state delle responsabilità locali...
Sì, quelle delle élites che sono diventate
complici dell'imperialismo. Per sopravvivere.
La sua analisi del Nord del mondo è molto
severa. Non ci sono speranze di salvezza?
L'Occidente vive una crisi profondissima, è simile
a un bolide che corre all'impazzata senza autista e senza freni.
Siamo sull'orlo della catastrofe. Evitarla sarà molto difficile.
Ma dobbiamo riuscirci. Per noi occidentali e per il resto del mondo.
Ci sono iniziative possibili?
Io vedo tre percorsi possibili. Innanzitutto mi pare che
per noi che viviamo in Occidente ci sia una necessità di
sopravvivenza, il che significa accettare compromessi, senza per
questo venir meno alle nostre più radicate convinzioni.
Credo poi profondamente nella efficacia dei movimenti di resistenza
come questo Forum di Firenze. Avendone però ben chiari i
limiti. La contestazione antimondializzazione è tutta e
solamente occidentale. Non vi prende parte la Cina, non vi prendono
parte l'India o il mondo islamico. E gli africani che vi vengono
coinvolti sono nostri amici occidentalizzati ai quali di solito
paghiamo il biglietto. Infine la mia piena fiducia va a tutte le
iniziative che chiamo di dissidenza e che spingono a sperimentare
modi di vita diversi, alternativi. Penso alla Banca etica, al commercio
solidale, alla crescita del Terzo settore, alla protesta ecologica.
Credo molto alla possibilità che da queste iniziative diffuse,
dal “basso”, possano scaturire un modo di vivere diverso,
un'altra civiltà. |