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Naomi Klein
È
nata a Montreal nel 1970 e vive a Toronto, in Canada.
Giornalista,
scrive per il quotidiano canadese Globe and Mail, per
il britannico The Guardian e per Internazionale.
È
l'autrice di No logo, l'ormai - giustamente - celebre
libro sulla globalizzazione e sui movimenti di contestazione
alle multinazionali, tradotto in 22 lingue.
Qui
un suo articolo sulle multinazionali.
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Laura Piccinini
Intervista a Naomi Klein |
Naomi Klein l'ha fatto di nuovo: "Ho dovuto scrivere di marchi". E di logo. Ci sorride attraverso il monitor, da...? "Seattle!", risponde. Le coincidenze capitano anche su Zoom: è proprio lì che la celebre intellettuale canadese oltre 20 anni fa - a soli 20 giorni dalla pubblicazione della sua bibbia No logo - cominciò il movimento no global. Ora è a Seattle per il suo booktour mondiale del nuovo libro Doppio. Il mio viaggio nel Mondo Specchio (La Nave di Teseo), manuale per non diventare brutte copie di noi stessi o, peggio, ritrovarci brutte copie della politica al governo. Il libro è già nella top ten del New York Times e gli invidiosi di destra ci vedono il complotto della stampa di sinistra.
Forse l'esigenza di tornare sull'argomento marchi, stavolta personali, è stata dettata dal bisogno di specificare che lei, Naomi Klein non è Naomi Wolf, l'una non è il doppio dell'altra, nonostante l'autrice di No logo e quella di Il mito della bellezza siano state costantemente scambiate e criticate soprattutto da quando la seconda si è trasformata nel suo doppelgänger diabolico (e non a caso Doppelgänger è il titolo originale del libro di Klein) sempre a rantolare invettive di destra, cospirazionista, No Vax, ospite fissa del podcast di Steve Bannon, quello dell'Internazionale fascista... Fino a un certo punto entrambe sono state saggiste di bestseller, di sinistra, stessi capelli castani (i suoi "solo un po' più gonfi", sorride Klein) e perfino due partner registi che si chiamano Avi. Poi Klein ha scoperto, ascoltando un podcast mentre faceva yoga e da una conversazione in un bagno pubblico, che la situazione a causa di questo scambio di Naomi stava degenerando. Una storia personale, quindi, che è stata il pretesto per avvertirci come il doppio ai tempi dei social sia diventato una preoccupazione universale. E la prova di quanto la nostra vita sia sempre più piena di cose troppo ridicole per essere prese sul serio, ma troppo serie per essere ridicole (un suggerimento di Philip Roth in Operazione Shylock). Ergo: non abbandonate i vostri doppi incustoditi. Klein, gestualità empatica e sicura da docente alla British Columbia, si dice una "attivista 50enne e non più una sorella maggiore degli attivisti d'oggi".
Ricominciamo da Seattle.
"È una coincidenza buffa perché, sei libri dopo, in fondo c'è una connessione profonda tra No logo e Doppio. È un sacco di tempo che volevo ritornare sui temi di quel saggio dichiaratamente contro i marchi e le corporation, ma che ironia della sorte o scherzo del successo mi aveva trasformato in una specie di brand: esattamente quello che criticavo. Un mio doppio diabolico. Era solo l'inizio del marketing su noi stessi che è poi diventato destino comune".
E con l'Italia che coincidenza c'è? A parte che non avendo lei depositato il marchio, qui ci siamo inventati pure un olio d'oliva No logo (ma pure in Inghilterra una birra e ristoranti e magliette ovunque).
"Da voi fu un fenomeno fuori controllo, i paparazzi mi inseguivano per strada e io: "Ehi, sono una scrittrice!". È stato bestseller in molti dei 35 Paesi in cui è stato pubblicato, ma in Italia di più. La mia teoria ovviamente è che siete quelli coi marchi più famosi al mondo e avete un forte orgoglio nel made in Italy e una paura molto local di omogeneizzazione culturale. Il libro diventò un accessorio, tipo una borsetta, e la mia publisher mi disse che l'avevo fatta finire in ospedale per lo stress. Ma proprio perché mi aveva trasformato in una star riluttante, decisi che non avrei scritto mai più di marketing e mi sarei buttata sul giornalismo d'inchiesta: disastri del capitalismo, crisi climatica. Le big issues, roba seria, serissima".
Finché non ha avuto una crisi di brand ovvero si è accorta di essere diventata una sottomarca di se stessa. O lo era l'altra Naomi di lei?
"L'idea del personal branding ha influenzato le relazioni e la psiche delle persone, specie i giovani alle prese con il doversi creare più o meno performanti versioni di se stessi, quindi doppelgänger, da presentare online. Ma ha trasformato anche i movimenti di protesta. Ogni volta che se ne crea uno, spuntano fuori due o tre leader destinati a diventare star globali. È stato strano vedere la celebrity culture attaccata alla sinistra. Non ha fatto bene ai movimenti, gli ha fatto perdere credibilità e durata. Se i leader diventano quello che contestavano, come fanno a restare credibili? Ne abbiamo visti tanti, anche importanti, salire, cadere, implodere dimenticati. MeToo, Black Lives, Fridays, abbiamo assistito tristemente al loro diventare fuorimoda. Anche i movimenti sono in crisi di brand".
Scendere in piazza anziché mettere like è in crisi come andare al cinema perché ormai si guarda tutto in streaming?
"Io non ci credo che il cinema sia morto, mio marito è regista e anche di questo si parlava nello sciopero che si è appena concluso, né credo che siano morti i movimenti. Mi aspetto che le strade esplodano, ma per cause più urgenti e reali. Vedo superate le grandi marce simboliche perché la gente ne ha abbastanza e non le basta limitarsi a twittare che non arriva a pagare l'affitto a un miliardario che si arricchisce sempre di più".
Parliamo di schemi, lei ne è ossessionata e ne ha scoperto uno affascinantissimo che spiega il successo di Giorgia Meloni, che lei cita preoccupata a ogni talk. Non è che così le fa pubblicità?
"No, bisogna affrontare quello che pare assurdo e ridicolo. Per me l'ascesa della destra è la conseguenza matematica del fallimento della sinistra. Il centrismo liberal ha fallito e si è reso complice silenzioso di una serie di disastri, dalla crisi climatica a quella del lavoro e dei migranti, lasciando le sue cause irrisolte e in sospeso, per occuparsi delle divisioni interne. Ha pensato a sé e non agli altri. E la strategia dei doppi diabolici è questa: prendere le cause che l'avversario ha lasciato da parte, rubare il linguaggio della sinistra, usare l'energia della sua gente rimasta in sospeso, ma poi le switcha verso le ideologie neofasciste. La sinistra era contro le corporation? Boicottiamo la Pfizer per la causa No Vax. La mia nuova nemica Naomi, all'inizio dei suoi discorsi assomigliava un po' a me, per poi deviare verso le peggiori teorie".
A proposito di social network vs luoghi fisici, com'è la storia dei bagni pubblici e di Twitter?
"Quando sono andata su Twitter la prima volta ho avuto la sensazione di essere entrata in un bagno pubblico. Non fraintendetemi, sono doppi della nostra vita, posti di empatia tra sconosciuti. Ma le scritte sui muri sono quella cosa che non dovresti leggere, così come i commenti che parlano di te e sai che non sono tutti buoni, ma è così difficile resistere. Ho una relazione moderatamente conflittuale con i social, li uso come basi di lancio per link di cose lunghissime e avendo un buon numero di follower come megafono per mandare la gente a protestare fisicamente. Non li uso per dichiarazioni epocali o stati d'animo. Non do in pasto ai social la performance del dolore, la considero una specie di violenza che ti costringono a mettere in scena".
Lei però è un'intellettuale pubblica, noi no.
"Non sono più solo i famosi o i personaggi pubblici ad avere doppi di sé in circolazione. Ci creiamo avatar, copie di noi nei videogame e l'AI è in grado di moltiplicarci e nel suo caso e nel mio scriverà articoli simili ai suoi e avrà la sua voce, c'è un sacco di gente che mi dice di essersi riconosciuta nel mio caso. Perfino molti asiatici o neri hanno ironizzato sull'essere scambiati in quanto "tutti uguali"".
La parola identità è sopravvalutata?
"Ha sempre avuto significati diversi, le identià politiche sono nate per contestare che in tante culture si pensasse di default a uomini, bianchi, addirittura cristiani".
Un saggio divertente. Ha fatto un corso di scrittura creativa durante i lockdown, i doppi dalla cultura pop sono irresistibili...
"Il film di Jordan Peele, Noi, è una metafora potente di come il capitalismo riordina il mondo, con il sistema dei privilegiati - cioè noi - sostenuti dai nostri doppi, uno per ciascuno, che vivono nel sottomondo, mostrando come i nostri comfort siano intimamente connessi alle sconfortanti vite degli altri. La scena dove gli abitanti dei due mondi si incontrano e si guardano in faccia e si chiedono: "Ma chi siete"? "Siamo voi". Il regista parla anche del problema del razzismo, che si traduce automaticamente in un problema di classe. E infatti non sono bianchi quelli che annegano nel Mediterraneo. E i volti dei rider che ci portano il pranzo sono altri doppi, che dovremmo guardare in faccia (Klein è andata a vivere con marito e figlio di 9 anni in un angolo del Canada raggiungibile solo con i traghetti, rinunciando a ricevere la spesa a casa dal sottomondo, ndr). L'avatar va affrontato! Bellissimo anche il momento in cui il doppelgänger dell'attore Jesse Eisenberg, nel film Il doppio da un racconto di Dostoevskij, dice al suo clone che vorrebbe poter pensare di essere unico. Ma questo desiderio di unicità è un mito che deve essere superato".
Ha un figlio unico e dice che le ha aperto gli occhi...
"I genitori vorrebbero sempre che i loro figli fossero unici, nel mio caso ho un figlio che unico lo è davvero, perché non rientra nello standard, è neurodiverso. Questo ti spinge a riflettere sul cosa si fa a fare un figlio? Padri e madri continuano a vedere nei figli doppi di se stessi, creando loro un sacco di sofferenza, forzandoli a rientrare nelle loro proiezioni, come se avessero un'immagine in anteprima dei loro futuri sé. E cose come la transfobia di lobby dei genitori ci dicono di quanto si continui a considerare i figli una proprietà. Non abbiamo il diritto di esercitare il controllo sui "nostri" figli. Eppure lo facciamo, perché in un mondo di cui ci sta sfuggendo il controllo su altro, i figli restano l'unica cosa che si può ancora controllare. E invece dovremo difendere il loro diritto a sperimentare".
L'io è sopravvalutato?
"Il mio ultimo capitolo è intitolato Unselfing, uscire da sé, perché il self sta occupando troppo spazio nella nostra cultura e vita, e questo ci allontana dal cercare l'altro, guardarlo in faccia senza snobismi o ipocrisia o paura, e prenderci tutti meno seriamente".
L'ultima volta che ha pianto? E riso?
"Pianto, per quello che l'ultima estate drammaticamente calda ci ha fatto perdere del mondo naturale, coi disastri ecologici che sappiamo. Riso, quando sono andata a presentare il libro al podcast del comico Marc Maron e lui ha ribattezzato Netflix come Rightflix, un doppio diabolico di destra, perché anziché essere woke e superpoliticamente corretti il suo capo ha comunicato ai dipendenti che se trovavano offensivi l'antisemitismo di Dave Chappelle (comico accusato spesso di essere sopra le righe, ndr) o altri contenuti potevano tranquillamente imboccare l'uscita".
Le sue parole più usate?
"Discombobulated, scombinata. È come mi sento quando vedo Meloni, Bannon o l'altra Naomi".
grazie a: Repubblica, 9.10.2023
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