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Slavoj iek
Il cuore nero degli
Stati Uniti
Metropolitan
Books, 2005 |
Il filosofo sloveno aiuta a capire le ragioni del consenso
verso i conservatori americani, nella recensione di un libro statunitense:
Thomas Frank, What's the Matter with Kansas? How Conservatives
Won the Heart of America.
Lo spettacolo enigmatico di un suicidio collettivo su larga scala
è sempre affascinate - pensiamo alle centinaia di seguaci
del culto di Jim Jones che presero obbedienti il veleno nel loro
campo nella Guyana. A livello della vita economica, la stessa
cosa sta avvenendo oggi in Kansas - e questo è il tema
del nuovo, eccellente libro di Thomas Frank What's the Matter
with Kansas? How Conservatives Won the Heart of America.
La semplicità del suo stile non deve impedirci di
vedere la sua analisi politica affilata come un rasoio. Concentrando
la sua attenzione sul Kansas, la culla della rivolta populista
conservatrice, Frank descrive opportunamente il paradosso fondamentale
del suo edificio ideologico: il gap, la mancanza di qualunque
collegamento cognitivo, tra gli interessi economici e le questioni
"morali". Se c'è mai stato un libro che chiunque
sia interessato alle strane torsioni della politica conservatrice
di oggi dovrebbe leggere, questo è What's the Matter
with Kansas?.
Cosa succede quando l'opposizione di classe su base economica
(agricoltori poveri, operai versus avvocati, banchieri, grosse
società) è trasposta/codificata nell'opposizione
di onesti lavoratori cristiani e veri americani versus i liberali
decadenti che bevono latte (in italiano nel testo, ndt)
e guidano automobili straniere, difendono l'aborto e l'omosessualità,
si fanno beffe del sacrificio patriottico e di uno stile di vita
semplice e "provinciale"? Il nemico è percepito
come il liberal che, attraverso gli interventi federali (dagli
scuola-bus fino a ordinare che vengano insegnate l'evoluzionismo
darwiniano e le pratiche sessuali perverse), vuole minare uno
stile di vita autenticamente americano. Il principale interesse
economico è perciò quello di liberarsi dallo stato
forte che tassa la popolazione che lavora sodo, per finanziare
i suoi interventi regolatori: il programma economico minimo è
così "meno tasse, meno regole"...
Attacchi evangelici
Dalla prospettiva standard di una ricerca illuminata e razionale
di interessi personali, l'incongruità di questa posizione
ideologica è evidente: i conservatori populisti stanno
letteralmente votandosi alla rovina economica. Meno tasse e deregulation
significa più libertà per le grandi società
che stanno tagliando fuori dal mercato gli agricoltori impoveriti;
meno interventi statali significa meno aiuti federali ai piccoli
agricoltori; ecc... Agli occhi dei populisti evangelici americani,
lo stato è una potenza aliena e, insieme all'Onu, è
un agente dell'Anticristo: toglie la libertà al cristiano
credente, sollevandolo dalla responsabilità morale dell'autodeterminazione,
e così mina la moralità individualistica che fa
di ciascuno di noi l'architetto della propria salvazione. Come
combinare questo con l'inaudita esplosione degli apparati statali
durante l'amministrazione Bush?
Nessuna meraviglia che le grandi corporations siano ben felici
di accettare questi attacchi evangelici allo stato, se lo stato
cerca di regolare le concentrazioni mediatiche, di imporre restrizioni
alle compagnie energetiche, di rafforzare le regole sull'inquinamento
atmosferico, di proteggere la natura, di limitare il taglio di
alberi nei parchi nazionali, ecc. È un'estrema ironia della
storia che un radicale individualismo serva come la giustificazione
ideologica al potere senza costrizioni di ciò che la stragrande
maggioranza delle persone percepisce come un grande potere anonimo
che, senza alcun controllo pubblico democratico, regola la loro
vita.
Per quanto riguarda poi l'aspetto ideologico della loro lotta,
Thomas Frank afferma un'ovvietà che, nondimeno, va affermata:
i populisti stanno combattendo una guerra che non può essere
vinta. Se i repubblicani dovessero effettivamente vietare l'aborto,
se dovessero proibire l'insegnamento dell'evoluzione, se riuscissero
a imporre una regolamentazione federale a Hollywood e alla cultura
di massa, questo significherebbe non solo la loro immediata sconfitta
ideologica, ma anche una depressione economica su larga scala
negli Stati Uniti. L'esito è dunque una debilitante simbiosi:
anche se è in disaccordo con l'agenda morale populista,
la classe dirigente tollera questa "guerra morale" come
mezzo per controllare le classi inferiori, ossia per consentire
a queste ultime di esprimere la propria rabbia senza disturbare
i loro interessi economici. Ciò significa che la guerra
culturale è una guerra di classe, ma con uno spostamento
di piano - a dispetto di coloro che sostengono che viviamo ormai
in una società senza più classi...
Questo, comunque, non fa che rendere l'enigma più impenetrabile:
come è possibile questo spostamento? La risposta non sta
nella "stupidità" e nella "manipolazione
ideologica"; evidentemente, non basta dire che le primitive
classi inferiori subiscono il lavaggio del cervello degli apparati
ideologici, e quindi non sono in grado di identificare i loro
veri interessi. Quantomeno, dovremmo ricordare come, decenni fa,
lo stesso Kansas fu la culla di un populismo progressista negli
Usa - e la gente certamente non è diventata più
stupida negli ultimi decenni. Non basta nemmeno proporre la "soluzione
Laclau": non c'è un collegamento "naturale"
tra una data posizione socio-economica e l'ideologia che l'accompagna,
per cui non ha senso parlare di "inganno" e di "falsa
coscienza", come se esistesse uno standard di "appropriata"
consapevolezza ideologica inscritta nella stessa situazione socio-economica
"oggettiva"; ogni edificio ideologico è l'esito
di una lotta egemonica per stabilire/imporre una catena di equivalenze,
una lotta il cui esito è del tutto contingente, non garantito
da qualsiasi riferimento esterno come la "posizione socio-economica
oggettiva".
La prima cosa da notare qui è che bisogna essere in due
per combattere una guerra culturale: la cultura è anche
l'argomento ideologico dominante dei liberal "illuminati"
la cui politica è incentrata sulla lotta contro il sessismo,
il razzismo e il fondamentalismo, e per la tolleranza multiculturale.
La questione chiave è dunque: perché la "cultura"
sta emergendo come la nostra categoria centrale sulla vita e sul
mondo? Noi non crediamo più "veramente", ci limitiamo
a seguire (alcuni dei) rituali e costumi religiosi in segno di
rispetto per lo "stile di vita" della comunità
a cui apparteniamo (ebrei non credenti che obbediscono alle regole kosher "per rispetto della tradizione", ecc.).
"Non ci credo davvero, semplicemente fa parte della mia
cultura" sembra essere in effetti la modalità
predominante della fede abbandonata/dislocata caratteristica dei
nostri tempi: anche se non crediamo a Babbo Natale, nel mese di
dicembre c'è un albero di Natale in ogni casa e persino
nei luoghi pubblici - "cultura" è il nome di
tutte quelle cose che facciamo senza crederci veramente, senza
"prenderle sul serio".
La seconda cosa da notare è come, mentre professano la
loro solidarietà con i poveri, i liberal codificano una
cultura di guerra con un opposto messaggio di classe: spesse volte,
la loro battaglia per la tolleranza multiculturale e per i diritti
delle donne segna la posizione opposta nei confronti dell'intolleranza,
del fondamentalismo e del sessismo patriarcale di cui vengono
accusate le "classi inferiori". Il loro modo di venire
a capo di questa confusione è metter a fuoco dei termini
di mediazione la cui funzione è offuscare le vere linee
di divisione. Qui il modo in cui viene usata la "modernizzazione"
nella recente offensiva ideologica è esemplare: dapprima
viene costruita un'opposizione astratta tra i "modernizzatori"
(coloro che sottoscrivono il capitalismo globale in tutti i suoi
aspetti, da quelli economici a quelli culturali) e i "tradizionalisti"
(coloro che resistono alla globalizzazione). in questa categoria
di coloro-che-resistono vengono poi inclusi tutti, dai conservatori
tradizionalisti e la destra populista alla Old Left (coloro
che continuano a difendere il welfare state, i sindacati...).
Questa categorizzazione comprende ovviamente un aspetto della
realtà sociale - pensiamo alla coalizione della chiesa
e dei sindacati che in Germania, all'inizio del 2003, ha impedito
la legalizzazione dell'apertura domenicale dei negozi. Comunque,
non basta dire che questa "differenza culturale" attraversa
l'intero terreno sociale, tagliando strati e classi differenti;
non basta dire che questa opposizione può essere combinata
in modi diversi con altre opposizioni (per cui possiamo avere
una resistenza conservatrice basata sui "valori tradizionali"
alla "modernizzazione" globale capitalistica, oppure
i conservatori in campo morale che sottoscrivono in pieno la globalizzazione
capitalistica).
Il fatto che la "modernizzazione" non abbia funzionato
come la chiave per la totalità sociale significa che questa
è una nozione universale "astratta", e la scommessa
del marxismo è che c'è un solo antagonismo ("lotta
di classe") che "sovra-determina" tutti gli altri
e serve così da "universale concreto" dell'intero
terreno. La lotta femminista può trovare espressione agganciandosi
alla lotta per l'emancipazione sociale delle classi inferiori,
oppure può funzionare (e certamente funziona) come strumento
ideologico con cui le classi medio-alte asseriscono la loro superiorità
sulle classi inferiori "patriarcali e intolleranti";
e qui l'antagonismo di classe è come se fosse "inscritto
doppiamente": è la specifica costellazione della lotta
di classe stessa che spiega perché le classi superiori
si sono appropriate della battaglia femminista. (Lo stesso vale
per il razzismo: è la dinamica stessa della lotta di classe
che spiega perché il razzismo diretto è forte tra
i lavoratori bianchi delle classi inferiori).
La terza cosa di cui prendere nota è la fondamentale differenza
tra la lotta femminista/antirazzista/antisessista e la lotta di
classe: nel primo caso, l'obiettivo è tradurre l'antagonismo
in differenza (coesistenza "pacifica" dei sessi, delle
religioni, dei gruppi etnici), mentre l'obiettivo della lotta
di classe è precisamente l'opposto, cioè "radicalizzare"
la differenza di classe trasformandola in antagonismo di classe.
Perciò la serie razza-genere-classe offusca la diversa
logica dello spazio politico nel caso della classe: mentre la
battaglia antirazzista e quella antisessista sono guidate dalla
ricerca del pieno riconoscimento dell'altro, la lotta di classe
mira a vincere e sottomettere, e persino ad annientare, l'altro.
Anche se non si tratta di un annientamento fisico diretto, la
lotta di classe tende all'annientamento del ruolo e della funzione
socio-politica dell'altro. In altre parole, anche se è
logico dire che l'antirazzismo vuole che a tutte le razze sia
consentito di affermare e dispiegare liberamente le loro battaglie
culturali, politiche ed economiche, non ha evidentemente significato
dire che lo scopo della lotta del proletariato è consentire
alla borghesia di asserire in pieno la sua identità e le
sue battaglie... In un caso abbiamo una logica "orizzontale"
del riconoscimento di identità differenti, mentre, nell'altro
caso, abbiamo la logica della battaglia con un antagonista.
Qui, paradossalmente, è il fondamentalismo populista a
conservare questa logica dell'antagonismo, mentre la sinistra
liberal segue la logica del riconoscimento delle differenze, del
"neutralizzare" gli antagonismi facendo coesistere le
differenze: nella loro stessa forma, le campagne della base conservativa
e populista hanno fatto propria la vecchia posizione della sinistra
radicale della mobilitazione e della lotta contro lo sfruttamento
delle classi alte. Questo inaspettato rovesciamento è soltanto
uno di una lunga serie.
Negli Stati Uniti di oggi, i ruoli tradizionali dei democratici
e dei repubblicani sono quasi invertiti: i repubblicani spendono
soldi statali, generando così un debito pubblico record,
costruendo de facto un forte stato federale, e perseguono una
politica di interventismo globale, mentre i democratici perseguono
una severa politica fiscale che, durante l'amministrazione Clinton,
ha abolito il debito pubblico. Anche nella delicata sfera della
politica socio-economica, i democratici (lo stesso vale per Blair
in Gran Bretagna) di regola attuano l'agenda neoliberista che
prevede l'abolizione del welfare state, la riduzione delle tasse,
le privatizzazioni, mentre Bush ha proposto una misura radicale
consiste nel legalizzare lo status dei milioni di lavoratori clandestini
messicani e ha reso l'assistenza sanitaria molto più accessibile
ai pensionati. Il caso estremo è quello dei gruppi survivalisti
nell'Ovest degli Usa: anche se il loro messaggio ideologico è
quello del razzismo religioso, il loro intero modo di organizzazione
(piccoli gruppi illegali che combattono contro l'Fbi e altre agenzie
federali) li rende un doppio inquietante delle Pantere Nere degli
anni `60.
Dunque, noi dobbiamo non solo rifiutare il facile disprezzo liberal
nei confronti dei fondamentalisti populisti (o, ancor peggio,
il rammarico paternalistico su quanto sono "manipolati");
dobbiamo rifiutare i termini stessi della guerra culturale. Anche
se, naturalmente, per quanto riguarda il contenuto concreto di
gran parte delle questioni dibattute, un rappresentante della
sinistra radicale deve sostenere la posizione liberal (per l'aborto,
contro il razzismo e l'omofobia), non bisogna mai dimenticare
che, nel lungo periodo, è il fondamentalista populista,
non il liberal, il nostro alleato. Con tutta la loro rabbia, i
populisti non sono abbastanza arrabbiati - non sono abbastanza
radicali da percepire il collegamento tra il capitalismo e la
decadenza morale che essi deplorano. Pensiamo allo scellerato
lamento di Robert Bork sulla nostra "inclinazione verso Gomorra":
"L'industria dell'intrattenimento non sta imponendo la
depravazione su un pubblico americano riluttante. La domanda di
decadenza è lì. Questo fatto non scusa coloro che
vendono materiale così degradato più di quanto la
domanda di crack non scusi lo spacciatore. Ma dobbiamo ricordarci
che il torto è in noi stessi, nella natura umana non costretta
da forze esterne".
Su che cosa, esattamente, si fonda dunque questa domanda? Qui
Bork mette in scena il suo corto circuito ideologico: invece di
puntare il dito verso la logica del capitalismo stesso che, per
sostenere la sua espansione, deve creare domande sempre nuove,
e ammettendo così che, nel combattere la "decadenza"
consumistica, sta combattendo una tendenza che insiste sul cuore
stesso del capitalismo, egli si riferisce direttamente alla "natura
umana" che, lasciata a se stessa, finisce per volere la depravazione,
e richiede perciò un controllo e una censura costanti:
"L'idea che gli uomini siano creature naturalmente razionali
e morali senza bisogno di forti limitazioni esterne è saltata
con l'esperienza. Esiste un mercato crescente bramoso di depravazione,
e industrie lucrose dedite a fornirla".
Inversione liberal
Un simile punto di vista, comunque, rappresenta una difficoltà
per i guerrieri della crociata "morale" contro il comunismo,
dato che i regimi comunisti dell'Europa dell'est sono stati rovesciati
dai tre grandi antagonisti del conservatorismo: la cultura giovanile,
gli intellettuali della generazione degli anni `60, e i lavoratori
che hanno continuato a credere nella solidarietà contro
l'individualismo. Questo spettro ritorna in Bork: a una conferenza,
egli "ha fatto riferimento, in tono di disapprovazione,
alla performance di Michael Jackson che al Super Bowl si afferrò
il cavallo dei pantaloni. Un altro oratore mi ha aspramente informato
che è stato proprio il desiderio di poter assistere a simili
manifestazioni della cultura americana ad aver fatto cadere il
muro di Berlino. Questa argomentazione appare buona tanto quanto
qualsiasi altra per innalzare il muro di nuovo". Anche
se Bork è consapevole della paradossalità della
situazione, è evidente che egli non ne vede l'aspetto più
profondo.
Pensiamo alla definizione di Jacques Lacan della comunicazione
riuscita: io riprendo dall'altro il mio messaggio nella sua forma
(vera) invertita. Non è questo ciò che sta accadendo
oggi ai liberal? Non stanno forse riprendendo dai populisti conservatori
il loro stesso messaggio nella sua forma invertita/vera? In altre
parole, i populisti conservatori non sono il sintomo dei liberal
illuminati tolleranti?
L'inquietante e ridicolo redneck del Kansas che sbotta infuriato
contro la corruzione liberal non è la stessa figura nella
cui guisa il liberal incontra la verità della sua stessa
ipocrisia? Dunque, noi dovremmo (per citare la canzone più
famosa sul Kansas, da Il mago di Oz) andare oltre l'arcobaleno
- oltre la "coalizione arcobaleno" delle battaglie sulle
singole questioni, prediletta dai liberal radicali - e avere il
coraggio di cercare un alleato in colui che appare come il nemico
estremo del liberalismo tollerante.

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